I miei video

Si tratta di una nuova sezione, all’inizio non pensavo servisse una pagina simile. Questo sito infatti nasce come un blog, un posto dove scrivo per mettere in bella quello che penso e dove tenere in ordine quello che scrivo. Ma in questi anni, articolo dopo articolo, mi sono imbattuto inevitabilmente in tanti contenuti video che mi hanno colpito, ispirato o anche solo divertito. Così ora li voglio raccogliere e listare un pò come ho fatto per le citazioni, nella pagina Le “mie” frasi.

Anche qui, quindi, troverete una video gallery di filmati, spot, speech direttamente o indirettamente attinenti al marketing, al Digital, alla comunicazione bla bla bla (insomma avete capito). Molti di essi erano finiti nei miei articoli, ma ci sono anche cose a mio avviso degne di interesse che, per qualche ragione, invece nel blog non hanno mai trovato il loro posto.

Robe eterogenee e molto diverse tra di loro, ma sempre tenute insieme dal mio sguardo e dalla mia esperienza personale. Che è poi l’idea editoriale di fondo del mio blog.


In occasione del TTG di Rimini edizione 2025, la fiera di settore di riferimento in Italia, ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a una tavola rotonda organizzata da Scalapay dal titolo molto stimolante: “Il turismo è morto, lunga vita al turismo”.

Sono molto contento di aver portato il mio punto di vista e la nostra esperienza recente in Veratour su un tema così attuale. Il turismo non è morto, è solo cambiato. Oggi il cliente non compra solo un pacchetto, compra anche un’esperienza di acquisto, oltre che di vacanza, di un certo tipo.

Lungo questo percorso si sono moltiplicati gli attori, le fonti di influenza, le variabili, i canali, le interazioni con il brand. È tutto meno lineare, c’è più entropia rispetto a pochi anni fa, e la tecnologia c’entra sicuramente qualcosa.

Ma tecnologia e dati non mortificano la relazione: la amplificano. La digital transformation e il programma Verafedeltà hanno reso ancora più stretta e umana la relazione con i nostri tanti clienti, in particolare con quelli più fedeli.


In occasione dell’edizione 2025 del NetComm Forum al MiCo di Milano, uno degli appuntamenti più rilevanti in Italia per il mondo del Digital e dell’e-commerce, ho avuto il piacere di partecipare al workshop organizzato da MyBank, raccontando il caso aziendale Veratour e l’adozione di questo servizio di pagamento digitale, con i vantaggi concreti riscontrati sia nel canale B2B che in quello B2C.

È stato curioso e anche divertente, in apertura, dover ripercorrere le tappe più significative della storia aziendale e del mio percorso professionale in Veratour… in soli 4 minuti! Preparare un intervento così breve ti costringe a fare scelte nette: cosa omettere, su cosa focalizzarti, come usare al meglio ogni secondo a disposizione.

È la seconda volta che mi capita di affrontare una sfida del genere, parlare in pubblico in pochi minuti richiede sintesi e grande chiarezza, devo dire che lo trovo un esercizio persino più stimolante rispetto a quando hai un’ora a tua disposizione per raccontare tutto quanto.


Durante il Convegno sulla OCX organizzato dagli Osservatori Digital Innovation al Politecnico di Milano si è parlato molto dei benefici per le aziende derivanti dalla gestione omnicanale dell’esperienza utente. Con riferimento a Veratour e al nostro progetto di digital transformation, li sintetizzerei come segue.

Avviare un nuovo canale di vendita diretta tramite sito web ci ha consentito di raggiungere un segmento di potenziale clientela che normalmente non si rivolge alle agenzie di viaggio per l’acquisto delle vacanze: all’improvviso (si fa per dire, è stato un progettone…) si è materializzata una fetta di mercato – e di fatturato – che prima non c’era.

Persino più importante di questo, è il fatto che ora abbiamo una base dati aziendale sui clienti finali con requisiti allineati al GDPR che abilita la proverbiale single customer view, consentendo una gestione del cliente più personalizzata – e dunque più efficace – attraverso tutti i canali: una migliore esperienza utente si traduce nel medio termine in un maggiore tasso di fidelizzazione, e nel lungo nell’aumento del valore prospettico del cliente.

Infine il nuovo canale diretto è stato un potente driver di innovazione per tutta l’organizzazione, contribuendo alla diffusione di una cultura e uno stile aziendale di comunicazione maggiormente orientati al cliente finale e alle nuove tecnologie digitali.


C’è stato un tempo in cui il messaggio pubblicitario doveva semplicemente incarnare i valori del proprio pubblico di riferimento (il lato utente, come mi piace chiamarlo) e riportare all’essenza del brand. Oggi i marchi hanno spesso la pretesa di dirgli cosa è bello o cosa è giusto.

Uno spot come quello di American Eagle, con una bella donna che pubblicizza dei jeans, ci sarebbe sembrato piuttosto ordinario, forse non lo avremmo neanche notato. E invece è al centro dell’attenzione mediatica globale per le accese polemiche ideologiche che ne sono conseguite, il che fa pensare…

“Nell’ultimo decennio purtroppo, abbiamo assistito a innumerevoli gaffe di marchi che hanno confuso i valori e i desideri dei propri marketing manager, per quanto legittimi e rispettabili, con quelli del proprio pubblico di riferimento.” (David Mazzerelli)

E così una campagna del tutto priva di fantasia e originalità si sta invece segnalando per lo straordinario impatto e per i risultati portati all’azienda, con un market cap cresciuto del 23% in pochi giorni.


Risvolti e curiosità sull’AI discriminativa e su quella generativa, che ha reso mainstream il termine e sdoganato questa famiglia di tecnologie. La scalabilità dell’Intelligenza Artificiale, gli impatti e i problemi a livello sociale che ne deriveranno. e poi ancora l’imprevedibilità (leggi creatività) del cervello umano.

Grazie alle sue capacità divulgative, ho trovato molto piacevole e utile seguire Giulio Deangeli in questo TEDx il cui titolo all’inizio suonava vagamente inquietante.

Fun quotes:
“Se hai fortuna, in un talk puoi trasmettere al pubblico al massimo 3 concetti, nel migliore dei casi.”
“Siamo d’accordo che non ha molto senso ostinarsi a usare il telegrafo in un’epoca in cui hanno inventato il telefono?!”
“L’AI non vi ruberà il lavoro, sarà qualcuno in carne e ossa che usa l’AI a rubarvi il lavoro.”


La campagna Real Beauty di Dove risale addirittura al 2003: da oltre vent’anni il brand sprona la società, i media e l’industria della bellezza a cambiare il modo in cui rappresentano le donne e a fare i conti con l’impatto dannoso degli standard irrealistici di bellezza, sviluppando dal canto suo un programma di autostima per adolescenti di età compresa tra gli 11 e i 14 anni che presumibilmente ha influenzato la vita di milioni di donne e ragazze.

Il tema della bellezza “vera” è stato rilanciato dal brand come sempre urgente e perfino più attuale proprio qualche mese fa, in epoca di AI dilagante… un caso di brand activism decisamente credibile e, col senno del poi, molto lungimirante.


Il lato oscuro del brand activism. Dove è un brand riconosciuto per il suo messaggio di inclusività e per il supporto alle donne al di là degli stereotipi di bellezza. In venti anni ha saputo costruire su questi temi una reputazione positiva e coerente, che ora viene messa a repentaglio dalle accuse di contribuire in modo decisivo all’inquinamento ambientale mosse da Greenpeace.

Le critiche sono espresse direttamente da consumatrici che hanno un forte legame emotivo con la marca, e sono divulgate tramite un filmato il cui montaggio ricorda le passate campagne Real Beauty firmate dalla Ogilvy.

“Il concept creativo consisteva nel togliere via il suo branding patinato, il marketing raffinato e la sua pubblicità iconica per rivelare la verità che vi si cela dietro. Non puoi celebrare il tuo impegno per il benessere delle donne e l’inclusione sociale mentre stai ancora avvelenando il nostro pianeta con la plastica”.

Ovviamente il messaggio è fazioso, ma bisogna riconoscere che il colpo è molto ben assestato…


 La tecnologia non smette mai di creare nuove figure professionali e nuove competenze, che solo una decina di anni fa o non esistevano tout court, o non erano al livello di specializzazione a cui siamo oggi. Il Digital dunque viaggia a una velocità folle: all’inizio degli anni ’10 aveva ancora un senso e magari faceva pure curriculum, ma oggi nessuno si qualificherebbe più come “webmaster”.


In occasione della settimana sul benessere mentale McDonald’s ha rimosso lo smile dall’iconico packaging dell’Happy Meal per stimolare le conversazioni tra bimbi e adulti sulle emozioni provate.

La cosa è in scia ad altre recenti iniziative di brand famosi, disposti a stravolgere (momentaneamente) i connotati grafici della marca per fare comunicazione su un tema rilevante; quelle che avevo visto però non mi avevano entusiasmato. Invece qui – a mio avviso – siamo su un altro livello di profonda sintonia emotiva ed empatia con il proprio pubblico. Il marketing migliore dovrebbe sempre tendere a questo.

Come raccontato nel video, intenso e disarmante, la trovata può funzionare da trigger per innescare considerazioni all’insegna della sincerità e dell’accettazione delle fragilità emotive che ci rendono umani. Non riguarda solo i bambini: sui social contempliamo spesso modelli inarrivabili di perfezione, bellezza, felicità. E invece… “It’s ok not to feel happy all the time”.


La costruzione di un brand richiede pazienza e costanza; si tratta di una maratona, non dei cento mertri! Come fare? Occorre avere una visione e ragionare nel lungo periodo, ma lavorare sodo ogni giorno per raggiungere quel risultato. It’s a long way… ⚡


In un mondo in cui il virtuale – meglio il digitale – è reale, il fenomeno degli influencer virtuali non deve stupire più di tanto.

Sappiamo che gli “influenti” sono (dovrebbero) essere tali in virtù della loro spontanea autorevolezza, reale competenza e naturale credibilità su uno specifico tema (che poi specifico… quando dichiarano che il loro verticale è il “lifestyle” prova a trovarlo, lo specifico). Ma ormai questo archetipo genuino è molto raro da rintracciare, tra le mille macchiette portate alla ribalta virale dai social network. Tipicamente la faccenda dell’influencer marketing la vedo invece risolta affidandosi a personaggi il cui seguito è legato non si sa bene a cosa, spesso premiati dagli algoritmi proprio perché estremi, artefatti e artificiosi.

Qualcuno a un certo punto deve aver pensato: allora perché non ricorrere ad un influencer virtuale, persino più credibile di quelli reali o presunti tali, oltre che più affidabile, nonché perfettamente allineato alle emozioni e alle aspirazioni del pubblico perché plasmato dal nulla a sua immagine e somiglianza.

Questo spot dimostra come si possa essere avanti, alzare l’asticella e distinguersi per la Qualità del pensiero creativo anche in un campo che ormai di stimolante e genuino ha davvero poco. Come se non bastasse, il video (quasi 3 min.) è fatto davvero bene.


L’invenzione dello smartphone. E’ con questo oggetto che cadono le frontiere tra tempo trascorso offline e online. È con esso che si realizza una autentica simbiosi tra essere umano e tecnologie digitali, e dal sapiens si arriva al digitalis.

La data più significativa è probabilmente l’8 gennaio del 2007: durante il keynote speech del Macworld Steve Jobs presenta al mondo iPhone. Ormai da qualche anno Jobs lanciava i nuovi prodotti Apple con una sorta di sermone rituale in cui tutto, a dispetto dell’apparente ingenuità (“One more thing…”) era studiato e preparato con maniacalità, da consumato animale da palco quale era; ma questo evento passerà alla storia come uno dei più memorabili.

L’idea di un unico device per ascoltare musica (come l’iPod), gestire mail (cosa che già facevano altri telefoni, che però a detta di Jobs non erano né smart né facili da usare), navigare in internet, banalmente telefonare (che poi sarebbe la funzione core), ma anche fare foto e video di qualità, appare sin da subito destinata a rivoluzionare mercati, abitudini di consumo e stili di vita; e di lì a poco arriverà l’App Store e le app. Possiamo dire che il mondo come lo conosciamo oggi inizia lì, e nasce da questa “semplice” intuizione.


In uno dei primi articoli del blog ripercorrevo così i miei inizi.

“Poi è capitata una occasione, senza che neanche lo sapessi peraltro. In effetti non mi sono dovuto proporre per qualcosa, come invece mi sarebbe capitato qualche anno più tardi, o candidare per una posizione; probabilmente ho avuto la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto. Era la fine del 2009, le condizioni di mercato erano favorevoli per un nuovo e ambizioso progetto distributivo. In azienda volevano una persona giovane ma capace e qualcuno ha pensato che potessi essere adatto.

Se quel qualcuno un giorno dovesse leggere questo post (il che è probabile), saprà che sto parlando di lui e che gli sono ancora molto riconoscente; non solo per aver concesso fiducia a un ragazzo giovane e tutto sommato con poca esperienza (il che in Italia capita ancora troppo poco), ma anche per essere stato un capo sincero e genuinamente interessato alla mia crescita, per nulla stitico di critiche o consigli. Tutto questo tra l’altro in un lasso di tempo anche breve, neanche due anni dopo infatti ha fatto scelte professionali che lo hanno portato altrove. Chiusa parentesi, glielo dovevo.

Quel fine anno il consueto discorso di Matty sembrava proprio supportare quello che stavo scrivendo. Come ormai avrete capito, non ho saputo resistere alla tentazione di arruolarlo come involontario testimonial…