Quotidianità ed evasione: The Man and The Journey, l’album perduto dei Pink Floyd

Dopo aver comprato nell’ottobre 2024 il catalogo e i diritti d’immagine della band per una cifra intorno ai 400 ML$, la Sony ha iniziato a mungere la mucca floydiana (non mi riferisco a quella sulla copertina di Atom Heart Mother): la prima operazione in grande stile è senza dubbio la pubblicazione di “Pink Floyd at Pompeii – MCMLXXII”, una versione restaurata e rimasterizzata in 4K del leggendario film-concerto del lontano 1972.

Questo film documenta l’esibizione dei Pink Floyd nell’anfiteatro romano di Pompei, registrata senza pubblico nel 1971, su cui peraltro avevo già scritto un articolo tempo fa. La nuova edizione è stata restaurata a partire dai negativi originali, il film sarà proiettato nei cinema di tutto il mondo con sale IMAX. Successivamente verranno rilasciate le versioni in Blu-ray, DVD, CD e vinile, rendendo disponibile per la prima volta la colonna sonora del concerto come album autonomo.

Il marketer che è in me non ha potuto fare a meno di leggere tra le righe di quella che, a tutti gli effetti, è una grossa operazione commerciale e di marketing: trovate qui le mie considerazioni in proposito. Ma in questo articolo invece parla il fan, non il marketer. Infatti il “nuovo” film sono andato a vederlo. E che dire: bello, un’esperienza diversa dal vederlo in dvd alla tv di casa, un’opera che ancora di più li fa sembrare dei giganti e li immortala in tutta la loro epica giovinezza e bellezza.

Ciò detto, una cosa curiosa è che in molti considerano il Live at Pompeii l’album perduto dei Pink Floyd, o meglio il grande assente dalla loro discografia ufficiale perché non è mai stato pubblicato come LP. Non è un caso che Sony lo faccia ora, era attesissimo da noi fan storici e avrà certamente un grande riscontro in termini di vendite.

Altri però dicono che il vero album perduto sia Zabriskie Point: a dicembre 1969 i Floyd furono chiamati a Roma da Michelangelo Antonioni per comporre la colonna sonora del film. In circostanze particolari (molto divertenti i racconti dei membri della band…), il gruppo registrò molta musica poi però il cineasta rifiutò quasi tutti i pezzi e tenne solo una versione alternativa del già esistente Careful With That Axe, Eugene. Però quello, se davvero ne avessero ricavato un disco e fosse stato pubblicato, sarebbe stata una colonna sonora, alla stregua di More e Obscured By Clouds per intenderci, non un vero e proprio album.

Infine altri ancora fanno notare che il progetto Household Objects merita questo titolo: si tratta dei tentativi post Dark Side di fare musica ottenendola da oggetti domestici di uso comune, un lavoro di ricerca che li impegnò per mesi e che alla fine partorì pochi frammenti di musica, e quindi oggettivamente un pò poco per parlare di album perduto.

Personalmente penso che la vera pepita nascosta e persa tra le pieghe della storia floydiana siano invece i concerti della primavera 1969 in cui misero in scena le due suite The Man and The Journey. Come tutte le vicende floydiane, si tratta di una “cosa” un pò cervellotica, forse velleitaria negli esiti ma certamente accattivante nelle intenzioni, a distanza di tanti anni è senz’altro di uno dei progetti più misteriosi della prima era post-Barrett dei Pink Floyd.

Cos’era “The Man and The Journey”? I nostri non dichiararono mai ufficialmente un concept scritto “nero su bianco”, ma ascoltando lo spettacolo e considerando i titoli dei brani e le performance, si può dedurre un concept narrativo piuttosto ambizioso e affascinante.

Il concerto era un’opera sperimentale suddivisa in due atti:

  • The Man ovvero l’uomo, la quotidianità
  • The Journey ovvero il viaggio, l’evasione

Entrambe le suite erano formate da un collage di brani per lo più già noti (ma rielaborati) e di una manciata di inediti, cuciti insieme per formare una sorta di proto-opera rock psichedelica.

Su YouTube girano parecchi bootleg, ma esiste una registrazione ufficiale? Fortunatamente sì. Nel 2016 viene pubblicato il box set The Early Years 1965–1972 e la sezione Dramatis/ation contiene una registrazione rimasterizzata del concerto ad Amsterdam del 17 settembre 1969, che fu ripreso e trasmesso da una emittente locale. Quindi, se vi incuriosisce e volete ascoltarlo con qualità più che decente, oggi si può.

Sempre su YouTube è reperibile anche un filmato di 14 minuti con alcuni spezzoni delle prove della “prima” a Londra, ma per capire meglio il senso dell’operazione vediamo nel dettaglio la tracklist. Qui di seguito ho anche inserito il titolo con cui i pezzi, o i frammenti musicali, sono rintracciabili nella discografia ufficiale di quegli anni della band.


1. The Man – La vita quotidiana

La prima suite voleva rappresentare una giornata nella vita di un uomo qualunque, tra routine, doveri e attività varie. I titoli e i suoni descrivono un ciclo diurno:

  • “Daybreak” – Il risveglio, una mattina tranquilla nella campagna inglese.
    Grantchester Meadows (da Ummagumma, 1969).
  • “Work” – L’uomo lavora, con tanto di rumori di sega e martello usati live sul palco per contribuire al ritmo!
    → Pezzo percussivo, ricorda un pò Sysyphus part III (da Ummagumma, 1969).
  • “Teatime” – Il lavoro termina, attimi di silenzio (e di teatro): sul tavolo appena costruito viene posta una radio e i due roadies preparano e servono il tè alla band (si veda la foto di copertina di questo articolo).
  • “Afternoon” – Un momento di relax musicale, una piccola evasione quasi jazzy.
    Biding My Time (uno dei pochi brani appositamente composti per questo progetto, reperibile nell’antologia Relics del 1971, Richard Wright suona il trombone!).
  • “Doing It!” – Fare sesso
    Altro strumentale percussivo, ricorda in parte Up The Khyber (da More, 1969) e in parte l’assolo finale di The Grand Vizier’s Garden Party – Entertainment (da Ummagumma, 1969) che per inciso è anche l’unico brano della discografia floydiana di cui il batterista Nick Mason è anche autore.
  • “Sleeping” – Il riposo, rappresenta il passaggio al sonno.
    → Si tratta di un breve interludio ambient elettronico, ricorda la parte iniziale di Quicksilver (da More, 1969).
  • “Nightmare” – I sogni prendono la forma di incubi.
    Cymbaline (da More, 1969).
  • “Daybreak (Part Two)” – Il ritorno al giorno, il ciclo si chiude.
    Si tratta in realtà di suoni che simulano il ticchettìo di un orologio, non un vero e proprio brano. Nella tracklist di The Early Years viene erroneamente chiamata Labyrints.

2. The Journey – Il viaggio mentale e simbolico

Dopo una pausa iniziava la seconda suite. Qui si va oltre la realtà: possiamo immaginare si tratti di un viaggio interiore, psichedelico, forse spirituale, fatto di smarrimento e rinascita:

  • “The Beginning” – Il desiderio di partire, di evadere, l’inizio del viaggio.
    Green Is the Colour (da More, 1969).
  • “Beset by Creatures of the Deep” – il confronto con paure e pericoli interiori, con il terrorizzante urlo di Waters.
    Careful With That Axe, Eugene (da Ummagumma 1969 ma già pubblicata anche come singolo nel 1968).
  • “The Narrow Way” – Un cammino solitario e personale.
    → da Ummagumma, 1969.
  • “The Pink Jungle” – L’uomo affronta il caos, rappresentato dai grotteschi e tribali deliri vocali del solito Waters.
    Pow R. Toc H. da The Piper at the Gates of Dawn, 1967.
  • “The Labyrinths of Auximines” – Lo smarrimento mentale in un labirinto simbolico.
    → Il paesaggio sonoro è una sequenza di suoni spaziali, riverberi e rumori che ricordano gli effetti chitarristici di Gilmour in The Narrow Way part II (da Ummagumma, 1969) ma che il gruppo usava molto in quel periodo anche in altri brani.
  • “Footsteps / Doors” – Rumori preregistrati di passi e di porte che sbattono, possiamo immaginare si tratti del protagonista del viaggio alla ricerca di una via d’uscita.
    I suoni venivano spostati da Wright negli altoparlanti disposti in vari punti della sala con l’Azimuth Co-Ordinator, una specie di console (e di esperienza d’ascolto) quadrifonica state of the art per l’epoca.
  • “Behold the Temple of Light” – La visione mistica, l’illuminazione.
    → Brano strumentale le cui dinamiche sono dominate da timpani e gong, apparentemente non riconducibile ad altri e dunque presumibilmente composto per questo progetto.
  • “The End of the Beginning” – La catarsi finale, la trasformazione.
    Something Else e Celestial Voices (ultimi due movimenti di A Saucerful of Secrets, dall’omonimo album del 1968).

Tenete presente che per i concerti di The Man and The Journey i Pink Floyd scelsero, dove disponibili, teatri o sale da concerto che avessero un organo a canne, proprio per enfatizzare al massimo l’impatto ultraterreno e mistico del finale di questo brano.

La chiusura perfetta per uno show che nel complesso sembra dunque mettere in scena il passaggio dalla quotidianità (con le sue routine e alienazioni) all’evasione attraverso la ricerca interiore, il confronto con l’inconscio e – forse – una forma di redenzione.


Come ho detto all’inizio, non solo il concept del concerto ma l’intera faccenda è un pò cervellotica. A complicare ulteriormente le cose, per la “prima” fu scelto un titolo bizzarro e oscuro: “The Massed Gadgets of Auximenes – More Furious Madness from Pink Floyd”!

Perché lo chiamarono così? Di nuovo, non c’è mai stata una spiegazione ufficiale. Suonava come un enigma surreale – perfettamente in stile Floyd – ed era spesso usato per i manifesti dei concerti o nei programmi delle serate. Aveva il sapore di un’opera teatrale psichedelica, un po’ tra Dada e il teatro dell’assurdo, e tutto sommato rendeva bene l’idea che si trattasse di qualcosa di più che di un semplice show musicale.

Ora, per concludere, torniamo alla questione iniziale: il concept stava in piedi e pare funzionasse anche bene, a giudicare dagli applausi; perché non è mai stato pubblicato ufficialmente all’epoca? Come evidenziato anche da questa disamina, il materiale era difficile da confezionare e vendere come album da studio: frammentario, molto teatrale, e con diversi brani già pubblicati in album precedenti.

The Man and The Journey era pensato come performance, non come album. Era uno spettacolo dal vivo, con scenografie e suoni ambientali che erano parte importante del concerto. Privarlo della componente visiva avrebbe significato snaturarne l’esperienza. Così non vedrà mai la luce come pubblicazione ufficiale, piuttosto le nuove idee musicali legate alla rappresentazione si trovano pubblicate in altri progetti, anche se con titoli diversi, in particolare in More e in Ummagumma usciti quello stesso anno.

Resta comunque un perfetto esempio del modo in cui i Pink Floyd cercavano sin dai primi anni di rompere i confini del concerto rock, trasformando ogni esibizione in una performance totale e multimediale tra suono, narrazione e immagini. Ed è interessante notare come queste performance risalgano al 1969, quando ancora erano alla ricerca di una direzione musicale convincente dopo l’abbandono di Barrett.

Da The Dark Side (1973) in poi il concept album diverrà il loro marchio di fabbrica nel periodo d’oro, quello caratterizzato da maggiore successo e notorietà. Ma il primo esperimento concettuale della band non fu un album; fu una performance dal vivo, un concept live. E non finì mai nella discografia ufficiale.


PS: se dovesse essere pubblicato oggi come album, con ChatGPT ho co-creato il seguente artwork. Credo sia pertinente tanto dal punto di vista tematico che da quello dell’estetica del periodo, oltre che visivamente di grande impatto. All rights reserved… se la Sony fosse interessata ad usarlo, può usare la form nella pagina Contatti del mio sito. 😁

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