Sono reduce da un paio di concerti qui a Roma. Non eventi da folla oceanica, di quelli che vai molte ore prima e comunque non sei mai avanti abbastanza. No, si è trattato di una scala umana, tutto facile e molto fruibile, quindi me la sono goduta davvero in compagnia del mio compare Nicolò: ormai ai concerti facciamo coppia fissa.
Mi piaceva l’idea di aggiornarmi un pò e vedere/sentire cose attuali, anziché le vecchie glorie del passato a cui solitamente accordo le mie preferenze (appartengo pur sempre alla genX). Così ho accettato le proposte di Nic (che invece è già Y, però a differenza di tanti suoi coetanei di musica ne capisce) per due band della scena rock che proprio tanto “underground” non sono, ma neanche di quelle strafamose o super-established.
I Fontaines D.C. (ne parlerò più avanti) hanno pubblicato il loro primo album nel 2019, ad esempio. Scena alt-rock inglese (in realtà sono irlandesi), nonostante siano sulla cresta dell’onda e in heavy rotation, sono ancora abbastanza sconosciuti al di fuori del circuito degli appassionati del genere. I Black Keys, invece, sono in giro dai primi anni 2000 e con album come Brothers (2010) e El Camino (2011) hanno raggiunto il grande successo di pubblico ormai da molti anni. Iniziamo dalla loro performance, 16 luglio.
Usciti dall’ufficio, abbiamo divorato un kebab gigantesco e una birra e poi via verso l’area concerti adiacente all’ippodromo delle Capannelle. Sapevamo dove parcheggiare, circa un mese prima ci eravamo già stati per i Fontaines D.C. Sapevamo anche che all’interno, per le consumazioni, non occorreva cambiare “soldi per token” (che si fottano): alcuni chioschi accettavano tranquillamente contanti o carte, così abbiamo saltato una bella fila (che invece avevamo fatto la volta precedente) e ci siamo dissetati senza ulteriori indugi. Benedetta curva d’esperienza, vale anche per le venue…
Ciliegina sulla torta, era prevista una Pit sotto il palco e devo dire che questo rende l’esperienza complessiva molto più fruibile. Infine, cosa mai accaduta in tanti anni di concerti, davanti a noi c’era solo gente più bassa: avevamo la visuale incredibilmente libera e ci siamo posizionati a una decina di metri dal palco. Praticamente una rara congiunzione astrale, so bene che non capiterà più… ma bando ai preliminari. Hanno aperto i Jet, una band hard rock australiana (il cantante vive a Como, mi pare di ricordare, da oltre una decina di anni) che negli anni 2000 ha avuto un discreto successo, soprattutto grazie a un brano che potreste ricordare.
Hanno svolto egregiamente il loro ruolo di intrattenitori, con un set graffiante e coerente. Sentendoli dal vivo, penso di poter dire che il loro successo non è sopravvissuto al tempo principalmente perché poco originali e riconoscibili. Troppo evidenti le influenze di gente come gli AC/DC (che del resto non hanno mai fatto mistero di adorare), degli Who e di altri. Se non hai qualcosa di tuo da dire, una tua cifra stilistica che ti contraddistingue e rende diverso da chiunque altro, nel music business (in qualsiasi business a dire il vero) non credo che puoi durare.
I ragazzi hanno omaggiato proprio gli AC/DC con l’inno australiano… Il pensiero è andato subito a Imola, dove Angus e Brian si sono esibiti due domeniche dopo (cioè l’altro ieri). Tornavano in Italia per la seconda volta in un anno, l’anno scorso (25/05/2024) con Nicolò avevamo affrontato la trasferta e visto il tonitruante concerto dei record di Reggio Emilia. Stavolta la location (l’autodromo di Imola, dove avevo già visto sempre gli AC/DC nel lontano 2015) non mi piaceva e lui è alle prese con la reunion dei suoi amati Oasis, così tra una cosa e l’altra non c’è stato modo di ripetere l’esperienza.

Ma veniamo ai Black Keys: dal vivo mi sono piaciuti tantissimo. Concerto intenso e diretto. E qui vale, al contrario, quanto detto sui Jet: è una band del tutto idiosincratica, unica e riconoscibile. Dopo 25 anni di carriera, e meritato successo, hanno sempre tanto da dire (è imminente tra l’altro l’uscita di un loro nuovo album).
Tecnicamente sono un duo, Dan alla chitarra e Patrick alla batteria. Infatti loro due sono in posizione avanzata, mentre altri quattro musicisti di supporto sono in seconda linea. Una line up decisamente originale (appunto) e insolita, che io sappia non ci sono altre band messe così. E i due protagonisti se le suonano per davvero, rivolti l’uno verso l’altro, quasi a sfidarsi a colpi di groove e distorsioni.
Il suono è quello sporco e diretto delle origini, ma con una maturità e una varietà stilistica più ampia. In certi momenti ricordano Hendrix, ma non diresti mai che sono la copia di qualcuno o qualcos’altro: è un impasto originale di blues, rock, garage e attitudine. Tanta energia, niente pose o ammiccamenti. Alcuni pezzi sono hit radiofoniche con groove incalzanti e ritornelli irresistibili, altri sono tiratissimi e viscerali.
Una considerazione particolare su Patrick Carney: la sua batteria, al pari della chitarra di Dan Auerback, è parte costituente del loro sound. Ha uno stile inconfondibile, tecnicamente non complicato ma estremamente efficace. Press roll, ghost notes, train beat sul rullante, colpi singoli e quel secondo tom montato a sinistra (usato ad esempio in Howlin’ for You) che definisce alcuni tra i groove più iconici del loro repertorio. In una dimensione live, molti batteristi “tirano via” certi dettagli (“tanto nel mix si perdono”)… Lui no: suona tutto, con un tocco pesante e incisivo. E si sente tutto.
La scaletta ricalcava quasi perfettamente quella della playlist su Spotify che avevo allestito nelle settimane precedenti, per prepararmi e godermi il concerto al meglio. E ha funzionato. On stage nessuna gag, nessun video ad amplificare le canzoni o trovata scenica di altro genere a sorprendere il pubblico. Solo musica suonata con passione, sudore e tanta intenzione. I Black Keys sono vecchio rock pane e salame, ma attuale e irresistibile.
Veniamo ai Fontaines D.C.: si sono esibiti anche loro a Capannelle all’incirca un mese prima, il 18 di luglio. Ho avuto l’impressione che ci fosse più gente a vederli, ma potrei sbagliare. Forse è dovuta al fatto che, in questo caso, non c’erano due settori ma uno soltanto; e quindi tutto era più disordinato e affollato. Ciò nonostante, si è trattato comunque non di un mega evento, quindi nel complesso è risultato anch’esso non massacrante ed è filato tutto liscio.
Anche lì siamo arrivati presto ed eravamo in buona posizione, forse un pò più dietro. Musicalmente stiamo parlando di due mondi completamente diversi. I Fontaines D.C. sono dublinesi, mi pare evidente la matrice alternative ma nel complesso la band dimostra una personalità e uno spessore musicale che percepisci già dopo poche note.
Le loro radici non affondano nel blues e nel garage, il sound è meno graffiante, la musica è più ricercata e i testi più poetici. Vengono da due album di grande successo, Skinty Fia del 2022, radiofonico e orecchiabile, e Romance del 2024, decisamente più difficile da approcciare e orientato verso influenze elettroniche.
Vista anche la giovane età, sono probabilmente nella fase ascendente della loro parabola creativa, forse all’apice (ma questo potra’ dirlo soltanto il tempo): intanto Elton John li ha definiti addirittura la migliore band in circolazione. Il cantante Grian Chatten, nella postura e nell’abbigliamento, è uno dei tanti epigoni di Liam Gallagher, anche se si muove di più sul palco anziché starsene piantato dietro al microfono. Lo stile di alcuni pezzi ricorda per certi versi le atmosfere dei Radiohead, i testi sono nostalgici e romantici.
Anche questo é stato un concerto molto godibile, ma meno viscerale. I Fontaines DC sono più alternative, per questo anche meno diretti. Le hit più cantate dal pubblico sono anche quelle sentite in radio negli ultimi anni. Le suonano dal vivo in modo splendido e fedele, dimostrando grande coesione, carisma e perizia esecutiva. Nel loro caso, sono pronto a scommettere che il meglio deve ancora venire.

