Archive, la band-collettivo che in Italia non ha mai sfondato

Perché alcune band diventano fenomeni globali mentre altre, pur con un valore artistico indiscutibile, restano confinate a una nicchia di appassionati? È una domanda che ogni amante della musica si è posto almeno una volta, e il caso degli Archive – a me molto caro – è un esempio perfetto per provare a rispondere. Ma iniziamo dall’inizio, che tanto sono sicuro che anche tu che hai iniziato a leggere questo articolo non li hai mai sentiti nominare.

Gli Archive hanno sempre descritto sé stessi più come un collettivo musicale che come una band. Una scelta verbale non casuale: la loro storia, iniziata a metà anni ’90, è stata segnata da una line up in costante mutamento, quasi come se i membri fossero gli “ospiti” di turno in un progetto musicale più ampio e aperto, piuttosto che parte fissa di un gruppo tradizionale.

Nel rock e nel pop siamo abituati a pensare alla band come a un nucleo stabile di persone: i Beatles, i Pink Floyd, gli AC/DC. Le vicende musicali del sodalizio sono tipicamente molto influenzate dalle vicende biografiche dei singoli membri e dai loro rapporti personali, comprese tensioni e litigi alcune delle quali entrate parimenti nella leggenda. I miei amati Pink Floyd non fanno eccezione, persino i Guns N’ Roses ormai da qualche anno hanno celebrato la loro reunion e la stretta attualità in fatto di faide è dominata, come tutti ben sanno, dalla vicenda a lieto fine (almeno per ora…) dei fratelli Gallagher.

Qui stiamo parlando di un altro concetto, un altro film. Gli Archive hanno interpretato la musica come un organismo vivo e mutevole, capace di accogliere ogni volta nuove voci, influenze e contributi. Il thread che unisce una carriera che dura da oltre 30 anni è la costante presenza dei due membri fondatori, Darius Keeler e Danny Griffiths. Per il resto, la loro è una storia di costanti mutamenti, evoluzioni e cambi di pelle, con molti artisti di varia estrazione che ruotano intorno a loro.

C’è qualche altro raro esempio celebre: mi vengono in mente i Massive Attack (che con il loro trip-hop hanno influenzato molto proprio il primo album degli Archive), il Wu-Tang Clan in USA (di cui ho solo sentito parlare, il loro genere non mi piace) o i fenomenali (e poco conosciuti anche dal sottoscritto) Snarky Puppy: un collettivo jazz-funk guidato da Michael League, sul palco possono esserci 8 musicisti come 20 a seconda delle tournée. Tornando agli Archive, da una decina di anni la formazione è più stabile rispetto alla prima parte della loro storia, ma quel DNA da collettivo ha lasciato un segno profondo nel loro approccio creativo.

Ricordo bene alcuni dettagli (ma molti sono ormai sbiaditi nelle pieghe della mia memoria) della prima volta che li vidi e ascoltai dal vivo. Il posto era un localetto ancora molto noto in quegli anni nel circuito romano, ma che io non avevo mai frequentato: il Circolo degli Artisti. Era incredibilmente piccolo e io ero parecchio davanti, sotto un palco che non era più alto di un metro. Ho ancora negli occhi il caratteristico modo di sbracciarsi al ritmo dell’elettronica di Darius (lo fa ancora, ed è bellissimo) e l’improvvisa stilosissima danza tarantolata di Steve Harris (chitarrista poi uscito dal loro giro), entrambi a pochi metri da me.

Qualche anno dopo, doveva essere il 2015 perché ricordo che il tour supportava l’album Restriction, li rividi a Ciampino, alle porte di Roma. Con mio grande rammarico (perché lei a me piace tantissimo), stavolta la voce femminile non era quella di Maria Q: al microfono c’era la bionda e ieratica Holly Martin, entrata in formazione da poco. Dave Pen e Pollard Berrier consolidarono in quel tour la loro presenza come co-front man e il loro ruolo di chitarristi e cantanti (oltre che co-autori di molti brani con Danny e Darius). Alla batteria, dietro a tutti, c’era anche stavolta Steve “Smiley” Barnard, con una piccola grancassa dal suono compatto e la A bianca stilizzata su campo nero (che da allora sarà il simbolo del collettivo) stampata sulla pelle risonante.

C’è un altro aspetto affascinante della loro storia, ed è testimoniato proprio dai pochi e rari video di questi concerti che sono riuscito a reperire su YT; io all’epoca non ne ho fatti, o forse sì… dovrei cercare nel mio… archivio (!): nonostante una lunga carriera e una produzione che spazia dall’elettronica al progressive, passando per il trip-hop e il post rock, gli Archive in Italia non hanno mai davvero sfondato.

Nessun passaggio radiofonico, nessuna hit mainstream, nessun grande palco nei festival più noti. Sono rimasti una band di culto, seguita da pochi appassionati e intenditori, ma lontana dal grande pubblico. Al Circolo degli Artisti ci saranno state poche centinaia di persone. L’Orion Club di Ciampino, anch’esso ha chiuso i battenti ormai da molti anni, era una ex discoteca: la pianta circolare del locale dava l’impressione che gli spazi fossero più grandi, ma aveva grosso modo la stessa capienza.

Una condizione quasi paradossale questa, se confrontata con quanto accade in altri Paesi europei: basta citare la Francia, dove gli Archive riempiono arene indoor anche da 20 mila persone e partecipano regolarmente a grandi festival all’aperto da centinaia di migliaia di spettatori. Oppure, in misura minore ma comunque rilevante, in Germania, Belgio, Polonia o anche in Grecia: in tutti questi posti il loro nome è sinonimo di eventi da diverse migliaia di appassionati puntualmente sold-out.

Il perché di questa differenza culturale è difficile da spiegare. Forse in Italia la scena musicale è sempre stata più tradizionale, abituata a cose più facili e a un ascolto meno impegnativo. Forse c’è meno spazio per progetti ibridi, poco radiofonici, che non si lasciano etichettare facilmente. Fatto sta che in Italia gli Archive sono e restano una gemma nascosta: un collettivo che ha saputo reinventarsi nel tempo, attraversare generi e mode senza mai perdere coerenza, e che oggi continua a proporre musica attuale, intensa e visionaria.

Tornando ad intrecciare i miei ricordi biografici con il discorso che sto cercando di sviluppare in questo articolo, quanto accaduto nel 2017 è ancora più emblematico. L’anno prima gli Archive pubblicano The False Foundation e in luglio tornano a Roma. In un primo momento viene comunicata una location decisamente insolita (il laghetto di Villa Ada) poi viene cambiata e anche la nuova è davvero intrigante: un piazzale all’aperto presso lo scalo ferroviario di San Lorenzo, uno dei quartieri popolari e universitari più vivaci proprio nel cuore di Roma. Trascinai con me il mio fedele amico Simone (Il Ragno Rosso) che non li conosceva e sembrò sincero quando, dopo il concerto, mi disse che gli era davvero piaciuto. Ma il punto non è questo.

C’erano forse cinquecento persone, sicuramente non sfioravamo neanche lontanamente le mille presenze. Quella sera stessa sospettai che la venue non fosse stata scelta per via della sua particolarità, ma perché probabilmente costava molto meno di quella originaria. La cosa mi fu indirettamente confermata da una chiacchierata informale che avemmo prima dell’inizio del concerto con il promoter che l’aveva organizzato: io mi lamentavo del fatto che non fossi libero di uscire a prendermi una birra in uno dei locali del quartiere, per poi rientrare nell’area perimetrata del concerto. Quello mi rispose sconfortato: “Se non vendo manco le birre non ci rientro, hai visto quanti siete?! La prossima volta col cavolo…”.

Comunque in quella occasione vinsi anche la mia abituale ritrosia social e pubblicai un post sul mio profilo Instagram appena aperto. Per quel che vale, come potete vedere, si trattava di un post di delusione e vibrante protesta per la breve durata dell’esibizione (circa un’ora). A posteriori, ho il fondato sospetto che anche questo possa essere dipeso da una paga insolitamente bassa corrisposta dall’organizzatore al management della band, vista la scarsa prevendita di biglietti.

La mia ricostruzione non sarebbe completa se non vi dicessi anche che gli Archive sono tornati a Roma anche in tempi più recenti, era il novembre del 2023. Stavolta la venue era di tutto rispetto, sia dal punto di vista dell’acustica che della capienza: una sala dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Bene, che ci crediate o no, quella volta restai abbastanza indifferente alla cosa e non ci sono andato. Non chiedetemi perché: forse avevo perso un pò il contatto con il loro mondo sempre molto underground, forse ero preso da altre cose più importanti, ricordo che decisi proprio di non andarci.

Non so darmi e darvi una spiegazione convincente, quello che so è che ora mi mangio le mani. Su YouTube è facile trovare i video di questa ultima loro esibizione romana. Parliamo comunque di meno di duemila posti, quindi il prestigio della location non cambia le cose: gli Archive erano e restano una realtà di culto. E forse è proprio questo che li rende ancora più affascinanti, agli occhi di un appassionato: non aver mai ceduto alla logica del successo facile, ma aver costruito negli anni un’identità particolare, difficile ma coerente, riconoscibile e fedele a sé stessa. Un buon motivo per (ri)scoprirli, oggi più che mai.

Infatti, per fortuna, è di pochi giorni fa la pubblicazione di un singolo che anticipa il nuovo album Glass Minds (in uscita il 27 febbraio 2026). Hanno pubblicato anche le date del nuovo tour. Inizierà a fine marzo 2026 ma, come prevedibile, c’è tanta Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Polonia, UK e niente Italia. Magari verso l’estate aggiungeranno qualche data e faranno una nuova capatina qui a Roma, me lo auguro davvero e stavolta sono certo che andrò.

Il singolo lo trovate nel frame qui di seguito, avendolo visto ormai diverse volte penso di poter dire che mi sembra del tutto coerente con le loro passate sonorità e tematiche. Anche la lunghezza (decisamente oltre i tempi consentiti dai passaggi radiofonici) e le immagini distopiche e disturbanti sono praticamente un marchio di fabbrica “della casa”. Il titolo mi lascia pensare che si parli di questa frenesia di massa che spinge a mettersi/metterci in mostra e farci guardare, questa specie di gara che c’è in particolare sui social network a mostrare quanto sono belle, perfette e di successo le nostre vite. Non so se è davvero questo il tema, ma è un fatto che ormai la gente ha piacere di rendere pubblici anche i momenti più privati e persino dolorosi alla ricerca di qualcuno che li caghi (like, commenti e tutto il resto).

E mi domando anche se, come altre volte nel passato della band, pardon del collettivo inglese, questo sarà il tema trainante dell’intero album. Lo capiremo meglio quando sarà pubblicato… nell’attesa, Look At Us.

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