Immersivo, impegnativo, intenso. Anche stavolta, si potrebbe aggiungere (e lo ripeterò spesso…), perché sono tre aggettivi che in oltre 30 anni di carriera hanno sempre caratterizzato l’ascolto della loro musica. Con Glass Minds, uscito lo scorso febbraio, gli Archive confermano una spiccata personalità e di essere in ottima forma dal punto di vista creativo.
Questo nuovo album ha un focus più diretto e, per lunghi tratti, più disteso e minimale rispetto al precedente. Ma non meno cupo e disperato. Composizioni lunghe, stratificazione sonora, contrasti dinamici e armonizzazioni vocali ci sono anche stavolta. Ma non c’è mai niente di scontato in un disco degli Archive. Niente suona ripetitivo, pur essendo molto riconoscibile la loro camaleontica cifra stilistica. Quello che più conta, è che riescono ancora a spiazzare e toccare corde emotive molto profonde.
A scanso di equivoci, dirò subito che anche stavolta non avranno minimamente successo in Italia. Se siete incuriositi e volete provare ad ascoltarli, anche stavolta dovete armarvi, per così dire, di molta buona volontà. E mettere in conto almeno qualche ora di ascolti, altro che 3 minuti su Spotify, altrimenti lasciate proprio stare.
Ma è giusto così, questa band (che tra l’altro non è una band in senso tradizionale, lo racconto qui) sa contaminare come nessun’altra suoni o addirittura generi che l’ascoltatore medio in Italia neanche conosce. Nel DNA musicale del sodalizio che fa capo a Darius Keeler e Danny Griffiths le ascendenze principali si chiamerebbero elettronica, progressive, post rock e trip-hop. Ma l’elenco potrebbe continuare. Ogni disco ha le sue referenze, rintracciabili ma ben rielaborate e mescolate tra loro in modo originalissimo. E non gliene frega niente agli Archive di essere commerciali o mainstream.
All’estero comunque, a quanto pare, continuano ad andare fortissimo. Tour europeo terminato a Londra l’11 aprile, ora sono in procinto di iniziare quello nordamericano e – per aggiungere mistero alla stravaganza – una anteprima la fanno a Bologna, in occasione del Record Store Day all’Exagon (capienza massima 2 mila persone). Una cosa strana, infatti questa data l’ho scoperta solo sui loro social la mattina dopo. A saperlo, mi ci sarei tuffato.
A quanto ho potuto ricostruire si è trattato di una data standalone, non una tappa del tour ufficiale ma una specie di anteprima europea del tour nordamericano (che diciamolo somiglia a una bella supercazzola), dunque pensato come evento unico e non replicabile. Va bene ragazzi, ma almeno potevate comunicarla o pubblicizzarla. Ok non essere commerciali ma anche meno, e la scaletta è stata praticamente la stessa del tour ufficiale (almeno a giudicare dalle stories pubblicate sul profilo Instagram) quindi “evento one-off” cosa?!
A parte questo, due parole su Glass Minds, il nuovo disco appunto, che a me sta piacendo tantissimo. Come già altri loro dischi in passato, si tratta di un autentico trip, di una sensazione di totale immersione e coinvolgimento che cresce ascolto dopo ascolto. Ma l’impressione iniziale di grande qualità sonora e spessore artistico c’è stata sin da subito. Anche stavolta.

A cominciare da Broken Bits, pezzo strumentale d’apertura di oltre 7 minuti (tanto per chiarire le cose) minaccioso e incredibilmente cinematico, in pieno stile Archive. Poi l’eponimo Glass Minds, un brano sulla fragilità e lo smarrimento che parte con un groove sui tom molto percussivo e un incedere maestoso, poi la voce spettrale e quasi cantilenante di Lisa Mottram, effetti vari, strati di tastiere e mellotron, inserti di corni e fiati. Un impasto impeccabile, una botta che arriva e alla fine lascia senza parole.
Nella successiva Patterns troviamo un altro giro di note di tastiera onirico e ostinato, una interpretazione vocale molto intensa di Pollard Berrier e un groove che mi ha colpito sin da subito, con press roll e figure di cassa piuttosto insolite da parte di Steve Smiley Barnard, che di solito è molto più solido ed essenziale. Anche qui tanto spazio tra una nota e l’altra, una sensazione di minimalismo e dilatazione. Una marea ipnotica che monta lentamene fino a dilagare e prendere totalmente il sopravvento sulla coscienza di te che la ascolti.
Look at us propone un riff di chitarra e un ritornello insolitamente (per loro) catchy, con le voci di Mottram e Berrier armonizzate alla perfezione. Non a caso è stato il singolo che ha lanciato l’album lo scorso novembre. Senza poi ripercorrerle tutte, nella tracklist sono da segnalare sul finale Heads Are Gonna Roll, dove riaffiora il cantato rap (protagonista in passati episodi della loro discografia) ma stavolta ad opera di Jimmy Collins, al debutto con il collettivo degli Archive, e quella che a mio parere è la vetta emotiva della seconda parte del disco: Shine Out Power, con l’interpretazione viscerale di Dave Pen, anche qui una bella sezione di fiati, addirittura un organo celestiale a scandire alti e bassi di un brano dal respiro epico e straordinariamente intenso.
Il tutto da riascoltare decine di volte per apprezzare al meglio la ricercatezza e la maestria sonora dell’intera produzione (opera del solito Jerome Devoise), cosa che lo rende ancora una volta assolutamente in controtendenza rispetto ai tempi e alle abitudini di ascolto odierni.
Conclusione su due cose recenti che li riguardano, visibili su YT. In occasione del precedente album, gli Archive avevano allestito un fantastico concerto senza pubblico in una ambientazione post industriale molto suggestiva (sopra). Stavolta cambiano totalmente e suonano in una piccola sala concerti di Vienna, con i brani di Glass Minds (più qualche classico del repertorio) accompagnati da un’intera orchestra per una trasmissione radiofonica.
Venue molto intima (forse un centinaio di persone), ma arrangiamento sinfonico con archi, fiati, organo a canne, timpani e percussioni varie che amplificano il trip arricchendolo di sfumature sonore inedite. Due concerti agli antipodi, entrambi bellissimi ma diversissimi l’uno dall’altro, che dimostrano quanto sia creativo il progetto e versatile la musica degli Archive.
Non mi resta che sperare che, tornati dal nord America, in estate girino ancora dalle nostre parti e magari tornino a Roma, magari ancora all’Auditorium come nel 2023 (concerto a cui incredibilmente non sono andato, lo racconto qui), magari anche qui con una bella orchestra, che a Roma non mancano di certo. Magari…