Quando il packaging diventa arte: le due copertine più assurde e concettuali della storia del rock

Storm Thorgerson and Aubrey Powell

In passato mi sono soffermato in un paio di occasioni su un aspetto che aggiunge ulteriore appeal (ammesso che ce ne sia bisogno) al mondo dei Pink Floyd: le particolarissime, surreali, psichedeliche, iconiche copertine dei loro album.

Volendo scriverci un articolo non c’è che l’imbarazzo della scelta, probabilmente partirei dal trip mentale e visivo di Ummagumma, ma non intendo farlo. Parlerò della copertina di un loro celebre album, un pò come ho già fatto per il prisma di The Dark Side, ma semplicemente perché è prossima la pubblicazione di una super edizione celebrativa per i 50 anni dall’uscita.

Si tratta della copertina di Wish You Were Here, davvero surreale, concettuale, assurda. E fa il paio con una seconda copertina, che però citerò più avanti, di un’altra grandissima band che faceva altrettanto furore in quegli anni: il decennio d’oro del rock senza ombra di alcun dubbio.

Entrambi i progetti grafici (vedremo infatti che non sono “semplici” copertine) sono firmati dal leggendario studio di design Hipgnosis, il sodalizio formato nel 1968 da Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell. Per farla breve, Storm era il visionario che concepiva le copertine, Po era quello che doveva realizzarle. Entrambi erano parte di quella che nell’entourage dei Floyd veniva chiamata Cambridge Maphia, furono gli esecutori della maggior parte delle copertine della band e – negli anni a seguire – firmarono lavori per conto di molti altri gruppi di primo piano.

Quella di WYWH (1975) è una “non copertina”, in assonanza al concept prevalente nel disco. Non si trattava di un elenco di scatti o pose che ritraevano la band, piuttosto l’intero progetto doveva rappresentare temi o stati d’animo in qualche modo collegati tra loro, e rintracciabili tanto nei testi quanto nelle musiche dell’album: assenza, mancanza di qualcuno (o di qualcosa), alienazione, disillusione rispetto all’industria musicale.

Così l’album è stato spedito nei negozi avvolto in una busta di plastica nera, rendendo la copertina non immediatamente visibile all’acquirente. La trovata, ovviamente, non fece impazzire di gioia la casa discografica, che però dovette farsene una ragione. A sigillare la busta, ed evitarne il totale anonimato, solo un adesivo circolare che riproduceva la stretta di mano tra due mani robotiche e sullo sfondo i 4 elementi naturali: una specie di anticipazione di quello che si sarebbe trovato all’interno.

La vera copertina, dunque, l’acquirente la poteva ammirare soltanto dopo aver comprato il disco e aperto l’involucro. L’enigmatica foto ritraeva due uomini d’affari, uno dei quali avvolto dalle fiamme, che si stringono la mano tra i capannoni dei teatri di posa della Warner Bros a Burbank (California).

A lungo ho pensato si trattasse di un fotoritocco, invece le fiamme sono vere: Storm e Po hanno davvero appiccato il fuoco (ci sono voluti una quindicina di tentativi e varie peripezie) all’abito dello stuntman Ronnie Rondell Jr, che comunque uscì indenne dallo shooting (ed è deceduto solo di recente). Così come, qualche anno più tardi (1977), faranno davvero la foto del maiale volante Algie tra le ciminiere di Battersea per la copertina di Animals, incasinando il traffico aereo nei cieli di Londra (e ottenendone in cambio una formidabile copertura giornalistica).

L’immagine di copertina dunque è allo stesso tempo reale e surreale, metafora della realtà dietro le apparenze (la stretta di mano è un gesto di circostanza che di solito non dice nulla di quello che si prova davvero), della lontananza emotiva, dell’essere fisicamente presenti ma con la testa da un’altra parte. E ancora della mancanza di autenticità in particolare nell’industria dell’intrattenimento, dove le logiche ferree e meccaniche del business stritolano e bruciano le persone.

L’artwork per Wish You Were Here fu completato con una serie di immagini anch’esse altamente surreali legate ai temi dell’album. Il retro di copertina mostra il sales representative di una casa discografica intento a proporre una copia trasparente del disco, con tanto di bombetta e guanti bianchi ma privo di tratti somatici e di corporeità, in pieno deserto (terra).

La busta interna sul fronte presenta la foto di un velo tra erba e alberi in balìa del vento (aria) e sul retro, a corredo dei testi e dei crediti, l’immagine di un tuffatore che entra in acqua ma senza onde a incresparne la superficie.

Anche questa foto “impossibile” fu scattata davvero, al Mono Lake in California. Lo stunt in questo caso dovette assumere la posizione perpendicolare per simulare un tuffo e trattenere il respiro sottacqua per il tempo necessario a che le increspature sparissero, in modo da ottenere un riflesso perfetto del peculiare paesaggio roccioso circostante.

La foto fu usata per stampare anche una cartolina con dietro scritto “Wish you were here”, che fu inserita nella confezione come inserto o gadget. La handshake meccanica infine é riprodotta su sfondo a spicchi azzurri e neri (con luna e due piccole piramidi gialle) anche sulla label del vinile.

Nell’ormai lontano 2013 ho comprato il sontuoso box set Oh By The Way, i cd sono la fedele riproduzione (anche nelle confezioni) dei vinili della discografia ufficiale, e devo confessare di non aver mai aperto la busta di cellophane nero di Wish You Were Here proprio per non rovinare l’involucro: in un certo senso, è parte anch’esso della confezione. Ma ne avevo già comprata una identica qualche tempo prima, che invece avevo aperto – tra l’altro buttando la busta nera ma conservando l’adesivo – e che uso quando voglio vedere le splendide immagini o leggere i testi e i crediti che ci sono dentro (e ovviamente ascoltare il cd).

La stessa cosa deve essere capitata nei favolosi ’70 e negli anni successivi a molta altra gente prima di me. Aprendo la busta nera con tutte le cautele del caso, solo da un lato per non rovinarla, nella migliore delle ipotesi riuscivi ad estrarre il disco ma a quel punto non avresti mai avuto davanti agli occhi la vera copertina. Se eri un collezionista di dischi o un fan maniacale della band, di copie dovevi comprarne almeno due. Di qui la domanda: eccesso creativo o geniale trovata di marketing? Storm (passato a miglior vita nel 2013) era un diavolo, bisogna ammetterlo… me lo immagino lì a godere come un riccio, immaginando esiti paradossali come questi:

La seconda copertina è ancora più ambiziosa, smisurata, esagerata, ed è il progetto grafico sempre di Hipgnosis ma per l’altra grande band che in quegli anni infuriava sulle scene, i temibili Led Zeppelin.

Storm e Po, che avevano già lavorato per loro in Houses Of The Holy (1973) e Presence (1976), furono nuovamente interpellati per l’uscita di quello che sarebbe poi stato l’ultimo album in studio prima dello scioglimento della band, dovuto alla tragica scomparsa del formidabile batterista John Bonham. Gli Zeppelin attraversavano una fase difficile dal punto di vista creativo e personale, il disco ebbe esiti controversi. Il titolo era un gioco di parole sicuramente intrigante dal punto di vista concettuale, e considerati gli aneddoti a sfondo sessuale che si narrano sui leggendari tour della band potrebbe anche essere un allusivo doppio senso.

Per la copertina di In Through The Out Door (1979 – traducibile più o meno come “Entrare dalla via d’uscita”) la Hipgnosis aveva la quasi totale autonomia creativa: la band non diede particolari indicazioni o dettagli, solo un “non vogliono che sia troppo strana”. Evidentemente il misterioso oggetto nero (meglio noto come “il monolito”) sulla copertina di Presence aveva scatenato talmente tante congetture da risultare fastidioso e un pò invadente persino agli stessi musicisti.

Come noto, un brief vago e senza troppi vincoli nasconde delle insidie; creativamente parlando, dare carta bianca a due tipi come Storm e Po significa andarsele a cercare. Il risultato finale infatti fu una copertina esagerata ma davvero affascinante, perché non è semplicemente “una copertina”: è un intricato gioco concettuale e di prospettive.

Tanto per cominciare, l’album era contenuto in una busta di carta marrone (oh no, di nuovo!?), una di quelle in cui ti mettono il pane quando esci dal forno, o la frutta dal fruttivendolo, o più probabilmente con cui si spedivano i documenti via posta, con solo il nome del gruppo e il titolo timbrati sopra. Anche stavolta insomma, quando compravi il disco non vedevi subito la copertina.

Fin qui niente di nuovo, direte. Ma il bello deve ancora venire: in realtà non esisteva una copertina, ma ben 6 copertine diverse. Sotto la busta, la front cover mostrava una scena ambientata in un vecchio bar (il The Old Absinthe House di New Orleans, ricreato fedelmente in uno studio londinese) — ma vista da 6 prospettive diverse, ognuna corrispondente allo sguardo di un diverso personaggio presente nella scena.

Il settimo personaggio, il protagonista (l’unico sempre presente al centro dell’immagine), è un uomo seduto al bancone intento a bruciare un biglietto di carta. Quello che cambia ogni volta è da dove guardi la scena, il punto di vista a partire dal quale viene scattata la foto riprodotta sulla copertina. Quindi ogni fan poteva avere una copertina diversa, e per effetto della busta marrone non sapevi mai quale stavi acquistando.

Era evidentemente un modo per creare unicità nell’oggetto fisico, quasi da collezionisti. E infatti non furono pochi i fan che, totalmente intrippati, comprarono innumerevoli copie del disco nel tentativo di collezionarle tutte quante, ricostruire tutti i dettagli della scena e provare a darle un senso.

Non solo. La front cover è come coperta da un velo grigio, squarciato da quella che sembra una passata di straccio (o di spugna) che rivela i colori originali virati a seppia della foto. Storm in varie interviste nel corso degli anni si è divertito a dare alla cosa diversi significati (più o meno plausibili), vedremo tuttavia che anche in questo caso funziona un pò da indizio per quello che ci aspetta all’interno… ma procediamo con ordine.

Il retro della copertina mostrava la stessa scena vista dalla prospettiva opposta, ovvero con la foto scattata dal punto di osservazione del personaggio dall’altra parte del locale, quindi per ogni copia del disco che acquistavi avevi una coppia di foto e una visione meno parziale (ma ancora non completa) di chi fossero i presenti. Osservando attentamente, ci si rende conto che sulla copertina il biglietto di carta sta già bruciando (si vede il fuoco), sul retro non ancora.

E questo in tutte le copie/coppie, indipendentemente da quale avevi trovato dentro la busta. Se ne deduce che la foto sulla back cover, oltre ad offrire una differente angolazione sulla scena, è riferita anche a un differente momento, immediatamente precedente a quello raffigurato sulla copertina. E che le immagini, per inciso, non erano sei ma dodici in tutto. Roba da Settimana Enigmistica…

Ma andiamo avanti. Nel fortunato caso in cui riuscivi a trovare tutte e sei le versioni della copertina, ti accorgevi che l’unico punto di vista mancante è proprio quello del protagonista. C’è il barman di fronte a lui, un uomo con cappello e sigaretta in bocca vicino alla porta, una giovane ragazza bionda al lato del bancone, una donna nera che ride seduta su uno sgabello, il pianista vicino a lei e una ragazza mora appoggiata al juke-box. Tutti lo guardano, da prospettive differenti. Ma cosa vede l’uomo col cappello e in abito bianco sempre al centro della scena? E perché è intento a bruciare un biglietto con aria triste e malinconica.

Bene, la inner sleeve della confezione (uguale per tutte le versioni) stampata in bianco e nero ci rivela il suo sguardo; mostra infatti le cose sul bancone davanti a lui (bicchiere, accendino etc.) e sul retro quello del barista (il personaggio che gli sta di fronte) sugli stessi oggetti ma anche qui un attimo dopo: il biglietto infatti è già bruciato e da quel che ne resta riusciamo a leggere soltanto “Dear Jo…” Molto probabilmente la classica lettera d’addio. O forse un messaggio segreto che nessun altro deve leggere. Non lo sapremo mai. Finale aperto, mistero tutt’altro che risolto.

E non è neanche finita qui, per la verità. Questa busta interna reagiva all’acqua: se la bagnavi passandoci sopra un pennello o un panno umido, l’immagine diventava a colori, come un dipinto che prende vita. Un effetto chimico pensato apposta, un ulteriore “gimmick” di cui però la maggior parte degli acquirenti non si sono mai accorti. E quei pochi che se ne sono accorti da soli, sicuramente lo hanno scoperto per puro caso o accidentalmente, magari a distanza di anni.

Del resto a chi, sano di mente, verrebbe in mente di bagnare la custodia di un disco?!? Dobbiamo ammettere però che il vecchio Storm aveva lasciato un indizio stampato bello grosso proprio sulla copertina del disco stesso… Quel colpo di spugna (o quello che è), rivelatore dei veri colori della foto principale, avrebbe dovuto in qualche modo metterci sulla buona strada.

Anche nel caso dei Led Zeppelin nel 2013 fu pubblicato un box di cd che riproducevano fedelmente, ma su scala più piccola, le fattezze degli album ufficiali usciti nei ’70 (stessa operazione di Oh By The way, praticamente). C’è bisogno di dirlo? A dispetto del costo, ho comprato anche questo e così – qualche anno più tardi (ora non ricordo di preciso quando) – ho scoperto tutta questa storia: stavolta infatti la casa discografica ha avuto la decenza di metterle tutte, le 6 diverse copertine di In Trough The Out Door. Come a dire il cd tienilo in quella che preferisci, le altre invece divertiti pure a possederle e guardarle per scoprire nuovi dettagli ogni volta che vuoi.

La conclusione di questo articolo non poteva che essere un (altro) colpo di scena: al vero Old Absinthe – il decadente e malfamato bar della copertina – io ci sono pure stato, però all’epoca non ero al corrente di questa faccenda. Il nostro viaggio del 2014 in Harley Davidson attraverso gli States finiva proprio a New Orleans, e passeggiando senza una mèta precisa su Bourbon Street ci siamo entrati (ma da quel poco che ricordo, non dalla porta di uscita…). Era fichissimo, pieno di caschi da football americano appesi al soffitto, bottiglie di alcolici e di mille altri oggetti strani. C’era qualcosa nell’aria e per fortuna, pur non dovendo fare la copertina di un disco, scattammo anche delle foto.

Mi piace considerarlo un pò come il mio personale omaggio al genio creativo degli Hipgnosis, una specie di involontario e inconsapevole pellegrinaggio al bar dove Storm e Po hanno ambientato la copertina (che poi in realtà sono sei…) più assurda che sia mai stata concepita e realizzata.

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