Di recente ho visto di nuovo dal vivo questa band, che lo scorso anno a Roma mi era piaciuta in modo particolare. Non avverto il bisogno di tirarmela troppo con le parole o girarci intorno: mi piacciono, sono super fighi. E in concerto spaccano.
I Black Keys, che più che una band sono un duo (chitarra e batteria accompagnati poi da altri musicisti), quando si esibiscono se le suonano davvero. Ho avuto già modo di scriverlo in una precedente occasione. Poi stavolta averli visti suonare in quel loro modo, viscerale e selvaggio, a pochi metri da me è stato impressionante, vero godimento.
Pat mi suonava la batteria praticamente in faccia, come si evince dalle foto; è insolito che un batterista suoni così davanti, così vicino alla prima fila. Chi si esibisce lo sa bene: il fronte del palco non è una cosa banale. Ogni espressione che vedi sul volto di uno spettatore può influire sul tuo flow, sulla concentrazione, sull’esecuzione. Inoltre ci vogliono attitudine e presenza scenica per reggere la botta, lì davanti.

Per uno che sta tutto il tempo seduto su uno sgabello credo sia ancora più difficile, risultare coinvolgente per il pubblico che ti sta a due metri (è pur sempre rock ‘n roll, mica musica da camera…) e allo stesso tempo suonare così esposti e vulnerabili, anziché controllare il tutto dalle retrovie, al sicuro, protetti da piatti e tamburi (come càpita di norma a tutti i batteristi).
Pat, con la sua figura imponente, le lunghe leve che mulinano nell’aria e il suo drumming fisico, dominava la scena e da vicino mi ha impressionato. Mentre suona, tutto il corpo partecipa al groove, in un movimento continuo che coinvolge braccia, gambe e busto. Un batterista con tanta tanta cazzimma, molto comunicativo ed efficace.
Dan era un pò più a destra della mia posizione, ma tre o quattro tra i tanti assoli di chitarra (per inciso, ne cambia praticamente una ogni brano, ne avrò contate una dozzina) se li è venuti a fare proprio lì davanti e la sua postura, come scruta il pubblico da dietro gli occhiali da sole, i calci che dà all’aria per sottolineare i fraseggi più incendiari è incredibilmente coinvolgente.

Averli rivisti ha rafforzato in me una convinzione: la loro forza assoluta è l’originalità. Hanno una parabola artistica ormai lunga e musicalmente variegata, ultraventennale, ma sono rimasti unici e immediatamente riconoscibili esplorando modi di scrivere e produrre musica anche molto diversi.
Così per questo articolo ho scelto 5 brani che, per come li conosco oggi (sono un fan ma non di lungo corso, anche stavolta un paio di pezzi in scaletta non li avevo mai sentiti), secondo me rappresentano bene i Black Keys e mi permettono di raccontare qualcosa di loro.
In particolare la “mia” sequenza mostra come cinque brani lontani nel tempo possano comporre, se ascoltati oggi in successione, un arco narrativo con un filo conduttore sorprendentemente coerente, tanto dal punto di vista tematico quanto da quello musicale.
👉 I Got Mine. Ovvero l’ardore, la conquista e la sfrontatezza giovanile.
Questo brano parla essenzialmente di desiderio, conquista e soddisfazione personale, con un tono molto fisico e spavaldo. Il titolo significa letteralmente “Ho avuto ciò che volevo / mi sono preso la mia parte”. Nel contesto della canzone sembra riferirsi soprattutto a una conquista amorosa o sessuale: il protagonista invita una donna a seguirlo, con la sicurezza di chi pensa di sapere esattamente come andrà a finire.
Dal vivo il riff pesante e tonitruante domina la canzone. Mi è piaciuto tantissimo il gioco dinamico che fanno nella sezione centrale, strumentale: il brano si abbassa fino a praticamente fermarsi, poi Pat scandisce il crescendo sul tom che ha a sinistra del rullante, Dan prende la rincorsa e… sbam, a tutto volume per il chorus finale. Raw and loud, lo spirito garage delle origini è ancora lì.
Pubblicata nel 2008 in Attack & Release, “I Got Mine” conserva la forza primitiva del blues-rock dei primi Black Keys, ma appartiene al disco con cui il duo comincia ad ampliare e articolare il proprio linguaggio. Prima Auerbach e Carney registravano in modo molto artigianale, spesso in scantinati o spazi improvvisati, puntando quasi esclusivamente su chitarra, batteria e voce. Il risultato era volutamente scarno, ruvido. Con il loro quinto album, entrano invece per la prima volta in uno studio professionale e lavorano con un produttore.
👉 Howlin’ for you, il desiderio sfrenato.
Questa canzone per molti versi fa il paio con la precedente, ma è ancora un passo in avanti. Entrambe esprimono un’attrazione molto fisica e istintiva, attraverso un protagonista sicuro di sé: “I Got Mine” è più ruvida, scura e aggressiva: mi sono preso ciò che volevo. “Howlin’ for You” è più giocosa e ammiccante: mi fai perdere il controllo, ululo per te.
Anche musicalmente condividono la stessa impostazione: riff ossessivo, batteria pesante e molta energia blues-rock. Il groove marziale su tom e rullante di Pat e un ritornello quasi privo di parole rendono il brano inconfondibile e trasformano il desiderio istintivo dei primi Black Keys in una canzone immediata e irresistibile, capace letteralmente di scatenare il pubblico ai concerti.
Pubblicata nel 2010 in Brothers, il disco della definitiva consacrazione dei Black Keys, la canzone appartiene a buon diritto allo stesso filone che porterà a hit super orecchiabili e radiofoniche come “Gold on the Ceiling” o “Lonely Boy”, che caratterizzeranno El Camino, l’album del successo planetario.
👉 Little Black Submarine: la maturità e la perdita, ciò che resta quando un rapporto si rompe.
El Camino del 2011 è l’album che li rende mainstream, grazie a canzoni più veloci, immediate e trascinanti. LBS però rappresenta una eccezione, è diversa: nel testo il protagonista cerca di ristabilire un contatto con la donna perduta, ma qualcosa gli “devasta la mente”. Le voci che lo chiamano si perdono, i segnali arrivano fuori tempo e lui ammette di non aver saputo vedere ciò che stava accadendo. La frase decisiva è:
Everybody knows that a broken heart is blind.
Ovvero: tutti sanno che un cuore spezzato è cieco. Non vede lucidamente né ciò che ha perso né quello che sta facendo.
La cosa più interessante è che la musica rappresenta esattamente questo passaggio interiore. All’inizio, chitarra acustica e voce: dolore trattenuto, solitudine, tentativo di capire; a metà, l’esplosione elettrica (qui sotto…): ciò che era sommerso emerge con violenza; nel finale il riff, la batteria pesante e incalzante e l’assolo trasformano la malinconia in autentico sfogo fisico.
Come idea e struttura ricorda molto “Behind Blue Eyes” degli Who, la band in effetti attraversa una fase di piena maturità e inizia a scrivere musica aprendosi a nuove reference, che arricchiscono una matrice garage blues che tuttavia resta sempre presente e garantirà, anche negli episodi discografici successivi, piena originalità e riconoscibilità stilistica.
👉 Weight of Love, l’amore come un peso.
Il filo sentimentale continua, ma nel 2014 con Turn Blue i Black Keys entrano in una fase musicale diversa: più lenta, dilatata, psichedelica e apertamente debitrice del rock anni Settanta. Qui non siamo più davanti alla sfrontatezza di “I Got Mine” o al desiderio immediato di “Howlin’ for You”, né al cuore spezzato e disorientato di “Little Black Submarines”. In “Weight of Love” l’amore è diventato una forza che opprime.
Il protagonista si rivolge a una persona che sembra incapace di stare sola: balla tutta la notte, cerca continuamente qualcuno e finisce per concedersi pur di non affrontare la solitudine. L’ammonimento centrale è:
Don’t give yourself away to the weight of love.
Non significa semplicemente “non innamorarti”. Il senso sembra essere: non perdere te stessa sotto il peso del bisogno di essere amata. Il vero problema non è l’amore, ma la dipendenza dall’amore, o forse dall’attenzione altrui. Poiché gran parte di Turn Blue nacque durante la tormentata separazione di Dan Auerbach dalla moglie, è difficile non leggere anche il brano attraverso quella crisi personale. Tuttavia, il testo resta sufficientemente universale.
Che dire?! Parliamo di un pezzo clamoroso, con atmosfere, dinamiche, pathos, effetti psichedelici. “Weight of Love” dura quasi sette minuti e si apre con circa due minuti di musica prima che entri la voce. Il brano non corre verso il ritornello, ma crea un ambiente sonoro e un mood dal quale il testo può lentamente emergere.
La chitarra dice ciò che il protagonista non riesce a esprimere con le parole. Il peso evocato dal titolo si sente nella lentezza con cui si sviluppa, nelle pause e nel modo in cui ogni nota sembra trascinarsi dietro una scia.
Scrivendo l’articolo mi sono reso conto che nelle due occasioni in cui li ho sentiti in concerto non ho effettuato riprese durante questa canzone, probabilmente per godermela fino in fondo. Non ho miei filmati a corredo di questo paragrafo dunque, ma poco male: è talmente raffinata che il modo migliore per coglierne tutta la magia è l’ascolto immersivo della studio version. Dal vivo una canzone così perde inevitabilmente qualcosa, credetemi.
I primi Black Keys erano fondati su immediatezza, irruenza e ruvidità; qui, invece, si concedono il lusso della durata, dell’atmosfera e del virtuosismo. Il climax emotivo è il solo finale, con due linee di chitarra che si inseguono e si intrecciano in modo commovente, e già al primo ascolto richiama alla mente, per fraseggio ed espressività, un certo David Gilmour… Grande prova di Dan Auerback.
👉 You got to lose. Non puoi vincere sempre, devi anche perdere.
È una canzone scritta dal bluesman Earl Hooker, resa poi nota anche da George Thorogood nel suo primo album del 1977. I Black Keys l’hanno ripresa in Peaches!, il loro ultimo album di cover appena pubblicato (2026). La cosa davvero notevole, oltre alla accattivante compattezza del brano, è che nella loro versione si riconoscono prima i Black Keys e solo dopo la canzone originale. E questo vale per tutti i pezzi del disco.
Dan e Pat non si limitano a riprodurre un vecchio blues-rock. Lo riportano agli elementi costitutivi del loro suono: il riff saturo e sporco; la chitarra fuzz che occupa quasi tutto lo spazio; la batteria pesante, leggermente scomposta e molto fisica; la voce filtrata, graffiata, quasi incastrata dentro gli strumenti; una produzione deliberatamente ruvida, che sembra una vecchia registrazione (e lo si vede bene anche nelle scelte stilistiche del video che la accompagna).
L’album, composto da dieci reinterpretazioni di brani blues e rock del passato, nacque durante jam libere, in un momento personale molto difficile per Auerbach, dopo la diagnosi di tumore del padre. Non stavano cercando di costruire un album: suonavano per reagire emotivamente alla notizia, cercando nella loro intesa musicale il piacere e la forza per andare avanti.
Così la traccia fu registrata praticamente dal vivo e risultò tanto contaminata dalle rientranze tra strumenti e voce da essere complicatissima da mixare. Auerbach ha riassunto quella scelta estetica con una frase perfetta: “Shitty is pretty”, lo sporco può essere bello.
Personalmente adoro questo brano. Lo trovo perfetto, energico, irresistibile. E per uno come me, che non ha mai davvero imparato ad accettare la sconfitta, credetemi… sin dalla prima volta che l’ho ascoltato ha avuto un significato preciso, una rilevanza particolare e un effetto catartico. E credo anche che sia l’epilogo perfetto della mia sequenza. L’unico rammarico è non averlo ascoltato dal vivo, a Milano da Peaches! hanno suonato l’altro singolo (che mi piace tantissimo pure lui) “Where There’s Smoke, There’s Fire”.
Per concludere…
Dopo la raffinatezza psichedelica di “Weight of Love”, i Black Keys non arrivano a una produzione ancora più sofisticata: con questo instant album di pezzi presi da vecchi dischi, tornano alle origini. Ma non è una regressione, è una evoluzione. Sul tema dell’amore e del desiderio, secondo il filo conduttore di questo articolo, ma soprattutto dal punto di vista musicale. Tornano al blues, con tutto ciò che hanno vissuto nel frattempo.
Una cover come “You Got to Lose”, paradossalmente, dice molto della loro identità: non hanno bisogno di avere scritto un brano per possederlo. Lo assimilano, lo sporcano e lo fanno suonare inevitabilmente a modo loro, tornando alla dimensione più istintiva e primordiale del loro suono.
Eravamo partiti da “I Got Mine”, dalla sfrontatezza giovanile legata alla convinzione di potersi prendere ciò che si vuole. Passando per gli altri brani, e per diversi gradi di maturità legati alle esperienze della vita, quasi vent’anni dopo approdano a “You Got to Lose”, e a un punto di vista più realistico e consapevole: non si vince sempre.
E dall’originalità intesa come “scrivere qualcosa di nuovo”, ci portano a scoprire una forma più profonda di autenticità: rendere proprio anche qualcosa che esisteva già scritto da altri. “You Got to Lose” non l’hanno scritta loro, eppure non potrebbe suonare più Black Keys di così.