La mia Iron, il passare del tempo e perché non l’ho ancora venduta.

Iron883 sul monte terminillo

Un’intera categoria di articoli del mio blog riguarda i miei passati viaggi in Harley Davidson attraverso gli States. Ho già spiegato che quei viaggi, quelle strade, quelle sensazioni hanno lasciato in me un segno profondo. Quindi il fatto che puntualmente io scriva di cose che, man mano che andiamo avanti, sono sempre più indietro nel tempo, non lo vivo come un problema.

Piuttosto l’altro giorno, proprio mentre ero in sella tra l’altro, la testa ha preso a rimuginare cercando di mettere a fuoco un altro punto: perché vado ancora in Harley? Perché non l’ho venduta? Gli anni passano, la mia vita è cambiata un bel po’ un bel po’ da quando percorrevo le highways americane, la mia moto qui in Italia però è sempre quella. L’ormai fedele HD Iron 883 immatricolata il 7 febbraio 2011 nera opaca, che comprai usata (2000 km) nel marzo 2012.

28 marzo 2012, la mia Iron, appena ritirata dal rivenditore. Si vede bene l’allestimento originale e uno degli adesivi nero lucido di Willie G. Skull (gli altri sono uno dal lato sinistro, nella stessa posizione, e uno sulla coda). Questo tema era inoltre già presente sul coperchio del carter della primaria e sul tappo del serbatoio. Nonostante volessi una Harley minimal (che è un po’ una contraddizione in termini, lo so) decisi di tenerli.

I miei due compagni di un tempo (Simone “il ragno rosso” e il buon Michele) la loro Harley l’hanno venduta già da tempo, più in generale conosco molti bikers che amano cambiare moto a distanza di qualche tempo per sfizio o provare un motociclismo diverso. Io no, se una cosa mi piace diventa abitudine e a proposito… penso che non ci sia nulla di sbagliato o noioso in una buona abitudine, spesso quello che si rimpiange è proprio ciò che consideriamo banale o normale.

Intendiamoci però: non sto dicendo che la moto è la stessa e quindi non è cambiato niente, anzi l’esatto contrario. Le strade non sono più quelle di una volta e i chilometri percorsi in sella molti di meno. Quest’anno ho preso la mia Harley diverse volte, ma per fare sempre lo stesso tragitto. Da casa mia al mare, per raggiungere il resto della famiglia momentaneamente ospite dai nonni materni: non propriamente una avventura on the road…

L’ultima volta, domenica al rientro, mi sono occupato con più dedizione del solito alla pulizia, in particolare di quelle parti che mostravano un pò di ruggine. Ho scoperto un polish molto efficace, usando il quale le vecchie cromature o parti in metallo riacquistano lucentezza e sembrano rinnovate. Questa cosa mi piace particolarmente e mi sono messo a farla anche con la mia batteria. Sapere che puoi prenderti cura di qualcosa e fare in modo che si possa conservare bene, nel tempo e a dispetto del tempo, lo trovo terapeutico. Magari osi potesse fare anche con le persone.

Alla fine penso che prendersene cura, grattare via la ruggine e farla sembrare come nuova o comunque in buono stato, per me è un po’ un modo per esorcizzare proprio il tempo che passa. E la nostra impotenza di fronte ad esso. Il che non vuol dire illudersi che quello non passi, o peggio ancora continuare a vivere nel passato facendo cose che facevi dieci anni prima. Semplicemente, trovo bello che qualcosa resti, resista al tempo mentre il tempo fa il suo corso.

Ma sono pienamente consapevole del fatto che tutto è cambiato, in primis gli scenari. E anche se la strada può sembrare la stessa, i presupposti comunque sono diversi, le prospettive e le ragioni per cui la percorri sono cambiate. Anche io sono cambiato, nell’aspetto (ineluttabilmente, nonostante la palestra tolga via un po’ di ruggine anche lei) e ovviamente nell’animo. Una cosa però come dicevo non è cambiata, anche se ha subito delle customizzazioni: la mia Harley, il mezzo che mi accompagna da tanti anni e con cui attraverso tutto quanto. Boh, forse è una metafora.

Questa foto invece è di pochi giorni fa, durante una sosta sulla Via Appia. Gli scarichi aperti Vince & Hines Shortshots (anche detti “canne mozze” per quanto sparano…) hanno preso il posto degli originali dopo un paio di anni, mentre il manubrio mini-ape è la modifica più recente (2022, se non ricordo male). Nel complesso “la Bestiaccia” conserva un look nero opaco, ora quasi completamente privo di cromature, un po’ meno sportivo e un po’ più custom. I più attenti possono notare anche le manopole coordinate, con il tema di Willie G. Skull, probabilmente la prima cosa che ho sostituito in ordine di tempo. Il casco SoA l’ho comprato negli USA durante uno dei miei viaggi in Harley ma, che ci crediate o no, non sono un appassionato della serie TV (mai vista una puntata). E’ solo molto comodo da indossare (e ha la finitura giusta).

Domenica scorsa, mentre andavo, pensavo che la mia Iron è una parte importante della mia vita adulta. Senza andare sul nostalgico o volere a tutti i costi farne un feticcio, l’ho voluta e comprata in risposta a qualcosa che sentivo dentro, per ritrovare una prospettiva e uscire dalla mia zona di comfort. A posteriori, è stato un gesto di grande maturità e assertività, ancorché d’impulso (non avevo mai posseduto una moto né avevo la patente per guidarla).

Quando andai dal rivenditore a ritirare la mia Iron, dovette guidarla il mio vecchio amico Andrea “il Dottore”. Sulla via del ritorno, ci siamo subito fermati per la prima lezione di scuola guida al parcheggio del Palaghiaccio di Marino. Nella foto piccola in alto sono alle prese con la prima curva, nell’altra sono felice come un pupo ancorché molto incerto, probabilmente sollevato dal fatto di averla sfangata senza una penosa caduta…

Credo abbia coinciso con il mio passaggio alla vita adulta, che non è una cosa necessariamente legata all’età anagrafica. Mia madre se n’era andata da pochi anni e io me ne stavo ancora beatamente a casa con mio padre, senza una direzione, senza vere responsabilità, senza grandi iniziative. Da lì in poi le cose sono cambiate: ho fatto quello che volevo, ho fatto le mie scelte e scelto le mie strade se capite cosa voglio dire. Ogni volta decidevo dove andare, preparavo la cosa e andavo. E subito dopo pensavo a cosa avrei fatto la volta dopo.

4 aprile 2012. Questa credo sia stata la prima uscita in assoluto con il mio amico Simone “Il ragno rosso”, al lago Albano (circa 6 km da casa…). Simone optò per un modello dall’aspetto un pò più classico, che poi cambiò pochi anni dopo per una ignorantissima Fat Bob. Per diversi anni abbiamo scorazzato insieme in lungo e in largo per il centro Italia. E’ stata una grande fortuna, condividere con lui questa passione e tanti kilometri di strada sotto le ruote. Andavamo in Harley a modo nostro, decidevamo noi la strada e dove andare. Il nostro era un “Branco di due” e non abbiamo mai avuto bisogno di avvicinarci a un HOG, né a un fottuto MC Club.

Di volta in volta ho avuto la fortuna di avere buoni compagni di strada. Ora invece, già da qualche anno, cavalco da solo. E le strade non hanno molto a che vedere con l’America. O forse sì… dicevo del percorso domenicale da casa al mare. C’è una prima parte collinare e ondulata, poi la strada attraversa vigneti e campi arsi dal sole, dopo Cisterna piega a destra in direzione sud e diventa dritta e pianeggiante per circa 60 km.

Old Appian Highway si chiamerebbe, se fosse da qualche parte in Arizona. Con il mio amico Simone era sempre la prima uscita stagionale, andavamo a mangiare al mercato del pesce e tornavamo. C’è pure il motel abbandonato, l’Hotel Il Casale che trovate sulla destra prima del semaforo per Latina Scalo. A bordo strada, in disuso, decadente: molto Route 66. Inoltre in questo tratto la strada è totalmente rettilinea già da qualche chilometro e fino a Terracina, ma le affinità finiscono qui.

Questa foto in realtà è del 2016. Oggi l’albergo, se ci passi davanti, ha l’aspetto di un rudere fatiscente e abbandonato. Su Facebook, oltre questa, ci sono una decina di altre foto e ricordano molto il concetto dei motel lungo le highways americane. Misteriosamente, il profilo fb è fermo a dieci anni fa, c’è un post indirizzato a qualcuno che si intuisce fosse il proprietario ma che non ha mai risposto, né postato altro. Non so cosa sia accaduto da allora, ma nel frattempo la struttura è andata in rovina. Vibes da Route 66, ma in provincia di Latina…

Eppure quando la percorro mi ricorda gli States. D’estate, col vento caldo; soprattutto al ritorno, alle cinque di pomeriggio col sole ancora alto davanti e dritto negli occhi, ogni volta mi torna in mente il deserto. Quinta marcia, tra 90 e 100 orari, la velocità di crociera perfetta per la mia Iron e per me. A tirare le marce, per come è messo adesso il motore, la quinta potrei benissimo inserirla dopo i 120, ma non ricordo l’ultima volta che l’ho fatto.

Da quando ho famiglia ho anche molto da perdere e in moto mi accompagna costantemente un forte timore per tutto quello che di brutto può accadere. Ma in quell’intervallo il suono e le vibrazioni del motore mi rilassano, sono confidente, quello è il mio nirvana motociclistico. Ed è una sensazione che ho provato spesso nei miei viaggi in Harley attraverso gli States.

Del resto non mi è mai piaciuto correre, non è per quello che vado in moto. Sarà anche per questo, oltre che per i significati legati al brand, che la Harley Davidson è la mia motocicletta: è potente, non veloce. La potenza dipende dalla coppia, il caratteristico motore harley V-Twin ne ha tanta.

Per intenderci, con una Harley arrivi alla curva, rallenti e, se hai scelto una marcia ragionevole, non hai bisogno di scalare. In uscita riapri il gas e il grosso bicilindrico, pur a bassi regimi, ha già molta coppia disponibile: BROOOOOOOOM… senti quella spinta piena, corposa, che fa riprendere velocità alla moto in dolce progressione. È proprio una delle caratteristiche piacevoli di quel tipo di motore.

Con una sportiva, soprattutto con un motore progettato per le prestazioni, la logica è diversa: vuoi uscire dalla curva con il motore già nella zona in cui eroga molta potenza. Quindi scali una o più marce prima della curva, entri con un regime più alto e, quando riapri, il motore è già “in tiro”: WAAAAAAAAAAA… l’accelerazione è molto più violenta.

Nel primo caso non c’è soluzione di continuità, è un motociclismo più riflessivo, maturo. Nel secondo aggredisci l’asfalto manco fossi Valentino al Mugello, c’è molta esuberanza diciamo giovanile, certamente più adrenalina. Due approcci totalmente diversi dunque, due modi diversi di andare in moto, ma forse anche due modi diversi di affrontare le cose e la vita. Un’altra metafora? Può essere.

Questa differenza di approccio e di stile è anche la ragione per cui, se hai una Harley, fai fatica a uscire con tutti gli altri. Però è accaduto, intendiamoci. E ho girato parecchio anche qui nel centro Italia, proprio negli stessi anni in cui poi magari a fine primavera o inizio estate ce ne andavamo con Simone, e poi nel 2014 anche con Michele, in America a fare i viaggi di cui ho già scritto tanto nel blog.

21 aprile 2014. Al “Branco di due” si è aggiunto il buon Michele. Qui avevo già cambiato gli scarichi, ma non il manubrio. Michele comprò una Iron come la mia, ma chiaramente faceva meno rumore. Nella foto si vede anche la Fat Bob di Simone, nera opaca pure lei, affettuosamente chiamata “Bob il drago”. Qui siamo al belvedere sulla piana di Castelluccio di Norcia, non sull’Himalaya.

Ho ancora in bozza quattro o cinque articoli sugli Usa, ma magari nel prossimo passerò prima in rassegna alcune delle uscite in Harley fatte in Italia. In fin dei conti anche questo è un modo per esorcizzare il tempo, togliere in po’ di ruggine, conservare memoria di viaggi fatti con la mia Iron, di momenti che fanno parte della mia vita e che altrimenti finirebbero persi nel tempo (la citazione è fin troppo celebre, finitela voi).

Per il momento, concludo dicendo che l’ultimo tratto del mio ormai abituale percorso per il mare è la Via Flacca, una costiera che imbocchi superata Terracina e che arriva fino a Gaeta (io mi fermo alla Piana di Sant’Agostino, un pò prima). Bè… in particolare il tratto dopo Sperlonga è davvero molto scenografico, con pareti rocciose, gallerie, panorami, faraglioni e curve a picco sul mare. Non ha assolutamente nulla da invidiare alla Seventeen-Miles Drive, per dirne una, che è una delle più celebri strade americane che ho percorso negli States.

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