Il mondo del vino, come tanti altri per carità, vive anche di mode. Molte passeggere, frutto a volte di trovate di marketing. Qualche tempo fa, ad esempio, ho letto un articolo sull’affinamento in fondo al mare e mi è sembrata subito una di queste.
Guarda caso in quei giorni se ne uscì anche il mio amico Marco consigliandomi un fantastico spumante “underwater” che dovrei assolutamente assaggiare. Non dico che non lo farò, anche solo per curiosità la compro sta bottiglia. Poi magari non mi piace ma ci sta: la prova serve proprio a questo, a farti un’idea tua, e quindi se una bottiglia ti incuriosisce li devi spendere quei soldi.
Però ecco, mi è sembrato subito marketing. Dal punto di vista dello storytelling, oltre a stuzzicare la curiosità, rende distintivo un prodotto che altrimenti ormai fai fatica a differenziare. Elegante, minerale, floreale… quale spumante non lo è. Molto più suggestiva invece è l’idea di bere un vino che affina, come in questo caso, in alta montagna ma sott’acqua (24 mesi nelle profondità alpine del Lago d’Aviolo, 1930 mt. s.l.m.), prima di finire nel tuo bicchiere.
Fin qui non c’è niente di male intendiamoci, anch’io faccio marketing, sono del mestiere. Questo ha sicuramente dei risvolti sul prezzo: puoi chiedere il premium price. Il punto è un altro: ha anche effetti sul piano organolettico? Tali da giustificare il premium price di cui sopra? Ne dubito. E poi, senza bisogno di metterlo ad affinare 50 metri sotto il mare davanti a Portofino, lo Schiacchetrà di Possa è già super buono così…

Diverso il discorso sugli orange wine, che da un paio di anni furoreggiano, particolarmente in estate. Questa mi sembra meno una moda: ci sono scelte produttive ben precise, sia in vigna che in cantina, anni di ricerca, una idea di vino diversa che costa parecchio anche a chi la persegue. Quindi al di là della stravaganza, legata in questo caso al colore del vino, mi è sembrato ci fossero i presupposti giusti per approfondire un pò.
Confesso ultimamente di non bere poi tanto. Almeno non in confronto ad altri periodi. Anche perché i tempi di recupero, dopo una bella serata di quelle, non son più quelli di una volta. Buoni vini, intendiamoci non per forza costosi, anche perché non solo il prezzo dei viaggi ma pure quello dei vini è salito molto negli ultimi anni. Bene, nell’ultimo annetto e mezzo una quota importante di bottiglie che ho voluto provare appartengono a questa strana categoria, per molti sconosciuta.
I vini arancioni stanno guadagnando sempre più popolarità tra gli appassionati e i sommelier. Questi vini sono un incrocio tra i vini bianchi e rossi, ma non nel senso che mescoli un bianco e un rosso e ottieni un arancione (e neanche un rosé, molti ancora pensano che si producono cosi…).
La loro produzione prevede tecniche tradizionalmente utilizzate per i vini rossi, applicate però alle uve bianche: in breve, uve bianche vengono “vinificate in rosso”, cioè con macerazione sulle bucce. Di solito, invece, vengono immediatamente separate dal mosto e dai raspi per ottenere un prodotto finale (un vino bianco appunto) più elegante e raffinato.
È proprio questo processo di macerazione del mosto con le bucce e i lieviti, che può durare da pochi giorni a diversi mesi, ciò che conferisce al vino il suo caratteristico colore arancione e la sua struttura. Questo infatti permette ai vini di acquisire tannini, polifenoli e sostanze aromatiche e proteiche che li rendono diversi sia dai bianchi sia dai rossi dal punto di vista visivo, olfattivo e tattile.
Da buon sommelier, cominciamo dal colore, la peculiarità più evidente: può variare dal giallo dorato all’ambra profonda, a seconda della durata della macerazione (da poche ore a diversi giorni, fino ad arrivare a diversi mesi nei casi più estremi) e delle uve utilizzate, passando per sfumature di arancione più o meno intenso.
La parte olfattiva, se possibile, è ancora più sorprendente (e controversa). Spesso infatti la produzione è fatta applicando alla vigna metodi biologici o biodinamici, con una grande attenzione all’ecologia e alla riduzione al minimo dell’uso di sostanze chimiche anche in cantina. Questo comporta un maggior rischio di fenomeni ossidativi che possono creare note spiacevoli. L’olfatto di solito è meno netto, fine e impeccabile, ma alcuni grandi vini arancioni possono disvelare invece aromi complessi e intensi, con note terziarie, di frutta secca, noci, miele, spezie ed erbe.
In bocca sono decisamente più complessi e strutturati della maggior parte dei vini bianchi e rosati per via dei tannini, dell’estratto e di una maggiore carica glicerica (dovuti proprio alla macerazione sulle bucce), il tutto abbinato però a una buona freschezza e sapidità. Certo, anche in questo caso dipende dal tempo di macerazione sulle bucce, ma ci torniamo su tra poco.
Per completezza di info, un veloce excursus sulle tecniche e sulle regioni produttive. I vini arancioni hanno origini antiche e sono stati prodotti per millenni in regioni come la Georgia (l’ex repubblica sovietica, non quella negli USA) dove vengono tradizionalmente fermentati in anfore di argilla chiamate “qvevri”; se volete approfondire vi consiglio questo articolo di Alessandro Rossi).

Proprio la Georgia è considerata la culla dei vini arancioni, dove vengono prodotti utilizzando ancora metodi tradizionali di vinificazione. In Italia il Friuli Venezia Giulia è rinomato per i vini arancioni, con alcuni produttori autentici pionieri in questo campo. In particolare il Collio, la zona di confine tra Italia e Slovenia è famosa per la produzione di vini arancioni di alta qualità. Altre regioni dell’Italia e del mondo, tra cui Austria, Croazia, parti degli Stati Uniti e dell’Australia, stanno sperimentando la produzione di vini arancioni.
Infine, per quanto riguarda gli abbinamenti, i vini arancioni sono molto versatili e si abbinano bene con una vasta gamma di piatti, grazie alla loro struttura. I vini più leggeri possono andare più che bene per un aperitivo estivo e sfizioso, come il Uattàn di Merumalia che ho degustato durante la visita in tenuta e raccontato in questo precedente articolo.

Gli arancioni da pasto, a seconda delle loro caratteristiche, possono essere provati in abbinamento a: piatti a base di carne bianca, come pollo e tacchino; cucina asiatica, soprattutto piatti speziati e saporiti; formaggi stagionati e a pasta dura; piatti vegetariani con ingredienti come funghi, zucca, e legumi. E ce n’è anche uno che, non solo secondo il sottoscritto, è talmente particolare da dare il meglio di sé come vino da meditazione… ci arrivo, ancora un attimo di pazienza.
In conclusione i vini arancioni offrono un’esperienza di degustazione curiosa, che combina le caratteristiche dei vini bianchi e rossi. Sono un’ottima scelta per chi cerca qualcosa di diverso e ama esplorare la diversità del mondo del vino. Con la loro storia antica e i metodi di produzione artigianale, rappresentano una riscoperta delle origini più antiche di alcune zone del mondo e una celebrazione della varietà e della complessità del mondo vitivinicolo.
Da par mio, ho dato volentieri il mio contributo alla faccenda: come mia abitudine, volevo scrivere di qualcosa che mi intrigava ma sempre partendo da un minimo di esperienza personale. Insomma, con il pretesto dell’articolo ne ho comprati e provati diversi. Non li racconterò tutti, anzi mi soffermerò un pò di più solo su uno di essi.
Ma voglio dire che le varie degustazioni hanno riservato, oltre che piacere organolettico e curiosità, anche alcune sorprese. Ad esempio ho apprezzato molto i vini orange della abruzzese Cantina Orsogna, ottenuti da uve Pecorino o Trebbiano, tutte bottiglie intorno ai 15/20 euro se non ricordo male: prodotti fatti per il mercato, ma del tutto godibili.
Invece sono stati fonte di delusioni cocenti alcuni nomi illustri. L’orange “U Veciu” di Possa, produttore ligure che fa viticoltura eroica e uno Schiacchetrà stellare (mai provato però quello “underwater” citato a inizio articolo), l’ho bevuto due volte e niente… sarà pure artigianale, solo lieviti di cantina bla bla bla… però quelle che ho sentito al naso sono inequivocabilmente definibili come “puzze”.
Ma soprattutto Princic, con la sua rinomata Ribolla Gialla (che é un vino da oltre 60 euro, parliamone). L’ho aperto e bevuto insieme a un Kolbenhof di Hofstatter (una bottiglia di tutto rispetto, uno dei miei bianchi preferiti) proprio per fare un confronto a parità di prezzo e niente… ok sono vini molto diversi, come puoi paragonarli bla bla bla… ma bianco batte arancione dieci a zero, quasi imbevibile.

Discorso a parte per la Ribolla di Gravner vinificata in anfora. Qui parliamo di un vino che sfida ogni categoria convenzionale, e che per essere capito richiede di abbandonare tutte le coordinate dell’analisi organolettica che usi di solito per approcciare un vino. Un’esperienza.
Questo visionario vignaiolo del Collio ha abbandonato tecnologie moderne e certificazioni per abbracciare una filosofia radicale: lunghe macerazioni in anfore di terracotta interrate (proprio i qvevri della tradizione georgiana), fermentazioni spontanee e rispetto totale dei cicli lunari. Un ritorno alle origini, una concezione quasi spirituale dell’enologia.
Il risultato è una bottiglia che costa 100+ euro (parliamone), che ho abbinato a una grigliata di pesce col mio amico Max (inaugurata peraltro da un ottimo champagne rosé, tanto per restare in tema di colori diversi dai classici bianco e rosso), ma che ci ha lasciato la convinzione che sarebbe stato meglio (e più giusto) berla a prescindere da cosa ci mangi vicino, o comunque lontano dai pasti.
Annata 2016. Sei mesi di macerazione sulle bucce (un’eternità anche per un vino arancione) e sette anni in anfora. La Ribolla di Gravner è un vino da meditazione, in controtendenza rispetto ai tempi odierni, in cui ci soffermiamo poco o nulla sulle cose e si fa vino per il mercato. Provo a descriverlo, ma non la tiro lunga.
Un fantastico colore arancione luminoso, con riflessi ambrati (splendido tra l’altro alla luce del tramonto). Naso etereo con note di resina, una dominante di miele di castagno, agrumi canditi, spezie e mineralità. Grande sapidità e un inconsueto accenno tannico, dovuto alla lunga macerazione delle bucce nel vino. Molto intenso e persistente con continui ritorni degli aromi di bocca. Chiude lungo e sapido, grande carica glicerica (ben visibile sulle pareti dal bicchiere) che equilibra le durezze.
Un vino diverso, fuori da ogni canone, quasi assurdo. Devi essere un pazzo per fare un vino così. Chapeau…



