US163 e Monument Valley. Andare in Harley Davidson può essere un’esperienza mistica.

Chi mi conosce sa che non sono affatto incline al misticismo, o peggio ancora alla spiritualità. Semplicemente è una dimensione che non frequento molto. Star lì a rimuginare e cercare di capire qualcosa su temi fondamentalmente insondabili è frustrante, quindi indugio più volentieri su altre attività. Detto questo, ci sono dei momenti in cui senti che l’uomo non è solo carne e sangue, che oltre alla materia c’è qualcosa che è anche dentro di noi e che ha senso forse chiamare spirito. Qualcosa che a volte viene fuori in modo totalmente inatteso e ti fa vivere un’esperienza olistica. A me è capitato un episodio simile proprio in America, terra di scenari naturali al cospetto dei quali ti senti inevitabilmente soverchiato e meravigliato, ma mai avrei pensato che andare in motocicletta potesse procurarmi un’esperienza estatica di questo tipo.

Il posto evidentemente c’entra, eccome. Nel traffico di Roma, per dirne uno, non penso scattino sentimenti del genere: tra una buca da evitare e una smart che ti sorpassa a destra, di solito sei concentrato sulla sopravvivenza, più che sull’essenza. By the way… c’entra anche il mezzo, credo. Stavo andando in moto verso uno dei luoghi più incredibili che Madre Natura ci ha regalato. E in moto non ti senti spettatore passivo, ma sei parte del paesaggio che stai ammirando: questa magia se viaggi in treno o in macchina non la provi. Se poi sei in sella ad una Harley Davidson ti porti dietro e dentro un carico di suggestioni riconducibili (almeno per quanto mi riguarda) in varia misura all’individualismo, allo spirito d’iniziativa, all’avventura, al senso di libertà e alla maturità.

La US163 è lunga poco più di 100 chilometri e corre attraverso la Navajo Nation, un territorio molto vasto a cavallo tra il confine nord dell’Arizona e quello sud dello Utah. Nel primo dei miei due viaggi in Harley, nel giugno del 2013, ci arrivavamo da ovest. Era il nostro quarto giorno di moto, il giorno prima avevamo percorso la Desert View Drive del Grand Canyon. Dopo aver pernottato a Williams, come sempre di buon mattino, ci siamo messi in moto. La tappa non era lunga: meno di 300 chilometri. Avremmo avuto tutto il tempo per goderci la strada, il paesaggio e infine la Monument Valley, che era l’attrazione di giornata. Per raggiungere questo sito, all’altezza di Kayenta trovi la junction tra la 160 e la 163. Avevamo una vaga idea della meraviglia che ci attendeva una volta arrivati, ma davvero non immaginavamo lo spettacolo che avremmo trovato lungo la strada per arrivarci.

Tenete basso il volume … 😉

Imboccata la 163 impieghi qualche chilometro per lasciarti alle spalle le ultime case della cittadina. Poi superati un paio di semafori e fatte alcune curve già cominci a intuire che sta succedendo qualcosa. All’orizzonte intravedi alcuni isolati e maestosi torrioni rocciosi ai lati della strada, quasi fossero un cancello; quando li raggiungi la strada scollina, e si apre a poco a poco davanti a te una vista sconfinata. Il nastro d’asfalto sotto le tue ruote, ora in leggera discesa, ti proietta dritto verso l’orizzonte: ti sembra di volare. E’ come se il paesaggio si impadronisse della tua coscienza; dopo un po’ non ti accorgi neanche più di guidare. Ti pervade un senso di stupore misto a entusiasmo, ai due lati della strada osservi in continuazione il verde dei cespugli radi che contrasta con il rosso della terra, poi le imponenti sagome rocciose e infine l’azzurro del cielo. E tu vai, fai un chilometro dopo l’altro in piena trance motociclistica. La valle si è impossessata di te.

Superato il confine con lo Utah, dopo un paio di chilometri sulla destra c’è la deviazione per il Visitor Center della Monument Valley. Dal belvedere attiguo al parcheggio si gode di una vista splendida sui celebri “butte”, ovvero tre torri di arenaria rossa le cui sagome si stagliano maestose ed enigmatiche su un paesaggio brullo e polveroso. Personalmente le ho trovate ipnotiche, non riuscivo a smettere di fissarle e domandarmi quanto tempo sia servito alla natura per modellare un simile paesaggio, al cospetto del quale un uomo in fin dei conti non è che un granello di polvere. Questi giganti di roccia erano già lì da milioni di anni, il giorno in cui per la prima volta un essere umano li ha contemplati come ora stavo facendo io.

L’emozione provata fu così profonda che, in occasione del viaggio dell’anno successivo, decisi che saremmo tornati in quel luogo nell’ora più spettacolare, quella del tramonto, quando i raggi del sole da ovest colpiscono quasi perpendicolarmente le pareti rocciose, le infuocano e colorano di un rosso acceso l’intero paesaggio: tutto è avvolto da un’aura di magia sospesa, è come essere in un quadro espressionista. Stavolta arrivavamo da sud. Quel giorno eravamo partiti da Winslow Arizona e, nel corso della mattinata, avevamo attraversato il Petrified Forest National Park e il Painted Desert. Facemmo una sosta a Ganado, all’incirca all’ora di pranzo, e proseguimmo verso nord imboccando una remota Indian Route all’altezza di Many Farms.

Questa strada l’avevo studiata con molta attenzione perché, a giudicare da Google Maps, sembrava davvero remota e fuori dal mondo; non avevo la certezza che fosse una buona idea, ma ci avrebbe consentito di tagliare parecchie miglia e risparmiare almeno un paio d’ore. In realtà l’asfalto era in buone condizioni, e il paesaggio era un degnissimo preludio alla Monument Valley. A Kayenta prendemmo possesso delle camere al motel, poi ci cambiammo e uscimmo in preda all’eccitazione.

Anche qui giù il volume 🙂

Sapendo a cosa andavamo incontro, avevamo preparato l’intera faccenda. Eravamo in tre e indossavamo tutti uno smanicato Harley; in realtà Michele, al suo primo viaggio con noi, non ce l’aveva e gliene prestai uno dei miei (salvo poi cambiarlo con una t-shirt una volta arrivati, a causa delle ironie di Simone sul suo fisico non all’altezza). Io lasciai deliberatamente il casco al motel: vento nei capelli, massima libertà. Ad amplificare ogni attimo di quei 40 splendidi chilometri di viaggio, una playlist studiata per l’occasione.

Arrivati al Belvedere, in parte si ripeterono le scene dell’anno precedente: foto ricordo di noi abbracciati con sullo sfondo le 3 torri rosse, di noi a braccia conserte davanti alle 3 torri rosse, di noi con le Harley Davidson e dietro … vabbè avete capito, infinite variazioni sul tema: praticamente tre bambini, felici come una pasqua (e senza una ragione precisa) solo un po’ cresciuti. Passammo anche una buona oretta a contemplare la valle e chiacchierare, fumando il sigaro e bevendo birra. La teatralità del posto e della scena lo giustificava: sembrava di stare in un film (in effetti la valle è stata set di molte celebri scene e pellicole cinematografiche). Le birre le prendemmo al bar del Visitor Center, rigorosamente analcoliche: agli indiani della riserva è consentito gestire il gioco d’azzardo (il governo statunitense riconosce loro il monopolio dei casino all’interno del territorio Navajo) ma non bere alcol.

Alla fine il sole era quasi tramontato, e ci mettemmo in moto per far ritorno a Kayenta. E fu in particolare proprio in quel momento, sulla via del ritorno, che fui pervaso dalla sensazione di leggerezza e benessere di cui parlavo all’inizio. Provai una intensa commozione, un senso di appagamento, la percezione di appartenere a qualcosa di più grande (davvero non so descriverla meglio, questa cosa). Non starò a dirvi a chi o cosa pensai, in quei chilometri di strada; sono fatti miei. Ma è uno stato d’animo d’insieme che poi non ho mai più provato. Anche perché mi preme precisare che non ho mai più deliberatamente cercato di provarlo: sono convinto che momenti così arrivano all’improvviso e totalmente inattesi, se li cerchi e li prepari non rivivi le stesse cose una seconda volta. Anzi, rimarrai deluso.

Il giorno dopo passammo nuovamente per la 163 diretti verso il nord dello Utah, alla volta dei parchi Canyonlands e Arches. Superata la deviazione per il Visitor Center della Monument Valley si fanno un paio di curve, poi lo scenario si apre e si percorre il tratto di 163 forse più famoso, immortalato in Forrest Gump e chissà quanti altri film. Dapprima la strada scende, poi impercettibilmente risale; in cima alla salita parcheggi la moto (o l’auto) e ti giri indietro. Ecco un altro di quei punti che avrai visto centinaia di volte nei film, sulle riviste di viaggi, o su internet e sui social. L’impressione è quella di scendere fisicamente nella valle, con quella cornice scenografica di sagome frastagliate e improbabili sullo sfondo. Il colpo d’occhio da qui è notevole, ma mi va di dire che le sensazioni più belle per me si provano in quei primi chilometri da Kayenta fino alla valle dei giganti di roccia che sfidano l’eternità.

Il mio racconto non sarebbe completo infine se non vi dicessi che alla Monument Valley ci sono stato anche l’anno dopo ancora, e ci ho persino dormito. Era un viaggio totalmente diverso, ma non riuscii a fare a meno di tornare (a quel punto era già la terza volta). Eravamo con una mustang rossa cabriolet, andai con la mia compagna. Abbiamo provato l’esperienza di dormire al The View Hotel, in una delle stanze con affaccio sui “monumenti”, e di scendere nella valle percorrendone lo sterrato. Che tra l’altro è lungo circa 30 chilometri, e a causa del cattivo stato della pavimentazione impieghi un paio d’ore.

In Harley, naturalmente, nelle precedenti occasioni non avevamo potuto farlo. Addentrandoti nella vallata scopri scorci, panorami e monumenti naturali meno noti, ma davvero degni di nota. E ci siamo goduti anche la vista delle 3 “butte” East Mitten, West Mitten e Merrick dalla nostra camera d’albergo, una cosa che per quanto mi riguarda non ha prezzo. Prima all’imbrunire e poi anche all’alba, di prima mattina. Una prospettiva e dei colori che assolutamente non dovreste mancare di ammirare, se un giorno decideste di visitare la Monument Valley.

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