Valle della Morte: le cose da (non) fare se vuoi visitarla.

Sono stato due volte nella famigerata Death Valley, e devo dire che – per quanto effettivamente sia un ambiente un po’ estremo – il nome non le rende giustizia. A sentirla nominare ti immagini qualcosa di lugubre e tetro, invece è un posto pieno di luce e di attrazioni diciamo singolari.

Il nome Valle della Morte deriva da una vecchia leggenda di cercatori d’oro che, non trovando una via d’uscita, vagarono per la valle soffrendo incredibili privazioni a causa del clima torrido e della mancanza di acqua e cibo. Più che il prezioso minerale giallo, i pionieri che nella seconda metà del 1800 di volta in volta si avventurarono in questa landa desolata trovarono un po’ d’argento e un ricco giacimento di borace. Una volta terminata l’attività estrattiva sono rimasti solo un paio di villaggi in mezzo al deserto polveroso e alcune ghost town in punti molto remoti, ma in definitiva nulla di lugubre.

La prima cosa da sapere se volete visitare questo posto particolarissimo è che gli spazi sono sovrumani, e per pianificare un viaggio devi ragionare su distanze e tempi di percorrenza ben diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati qui da noi. La Valle della Morte è lunga oltre 200 chilometri, grosso modo la stessa distanza che c’è tra Roma e Napoli, tanto per fare un paragone. Solo che, a seconda del percorso, può anche capitare di non incontrare stazioni di rifornimento. E ci sono molti punti dove non arriva il segnale per i telefoni cellulari. Se a tutto questo aggiungiamo le alte temperature, capite bene che rimanere senza benzina da qualche parte nella Death Valley può trasformarsi in una disavventura paragonabile, per certi versi, a quella dei cercatori d’oro di due secoli fa.

Insomma, il nome che è stato dato a questo posto non è poi tanto esagerato, se ci pensate. Quindi devi decidere prima cosa visitare, dove andare, in direzione di quali punti di interesse investire il tempo che nel tuo viaggio puoi dedicare a questa tappa, e cercare di disegnare un itinerario che tenga conto di tutto quello che abbiamo detto. In realtà questo rende molto stimolante tutta la faccenda, almeno per me è stato così. Io ci sono stato una prima volta nel 2013, e siccome non mi è bastato quello che ho potuto vedere, ci sono tornato anche l’anno dopo. Ma i presupposti e le circostanze, oltre che il mezzo impiegato per andare, erano molto differenti: lasciatemi spiegare.

Nella foto di sinistra, il mio amico Simone e il Chrysler nero noleggiato a Las Vegas nel 2013. Nell’altra, foto di rito a Los Angeles dopo il ritiro delle Harley e subito prima di partire alla volta della famigerata Valle della Morte (2014).

Ho già parlato dei miei viaggi in Harley e descritto uno dei posti dell’anima in cui mi sono imbattuto on the road, vale a dire la Route 66. La Death Valley è a pieno titolo un altro di quei luoghi magnetici degli Stati Uniti dove vai e sembra che non ci sia nulla, ma se sei incline a certe suggestioni in realtà ne risulti rapito. La prima volta ci sono stato in occasione primo dei due viaggi, quello del 2013 durante il quale attraversai 4 stati nel West. Il giro era dei più classici, con un tragitto che ti porta a vedere un numero incredibile di siti meravigliosi dovuti alla millenaria opera della natura e del tempo, pur tuttavia senza visitarne davvero nessuno. Mi spiego meglio. Vai al punto panoramico di turno, scatti le tue foto davanti a un paesaggio mozzafiato, riparti per la tappa successiva. La stragrande maggioranza dei turisti che visitano i Parchi americani ha questo tipo di esperienza di viaggio. Soprattutto se vai per la prima volta, e vuoi vedere diverse cose, diciamo che non c’è alternativa: di strada da fare ce n’è tanta, in America.

In effetti è stato così anche per me, durante il primo viaggio in Harley. Tuttavia devo precisare che in quella circostanza nella Death Valley non andammo in moto, ma in auto. Partimmo da Los Angeles e il nostro viaggio in sella a due meravigliose Harley Davidson finì a Las Vegas, dove era fissato il drop off. Andò tutto secondo i piani, fu in quella occasione che finì per la prima volta, quasi senza rendermene conto, sulla Route 66 (lo racconto qui). Alla fine del giro in Harley trascorremmo un paio di notti a Sin City, prima di prendere un volo interno e andare per altre due notti a San Francisco. Da lì infine, siccome le miglia non ci erano bastate, affittammo una macchinetta e tornammo a Lax passando da Big Sur e scendendo lungo la Pacific Coast Highway.

Bene, uno dei due giorni di stop a Vegas li dedicammo alla visita, con una automobile a noleggio, della vicina (si fa per dire, sono più di 200 chilometri) e famigerata Valle della Morte. Non sapevamo esattamente cosa ci aspettava, ma come tutti eravamo molto affascinati e suggestionati anche solo dal nome. All’autonoleggio, siccome non avevano la macchinetta di fascia economica che avevamo prenotato, ci fecero un free upgrade, così ci vedemmo consegnare dall’addetto un Chrysler nero super accessoriato e molto confortevole. A dirla tutta faceva venire un po’ in mente la macchina di un becchino: ci sembrò molto appropriato, considerando il posto dove ci stavamo recando. Quella volta mi sembra di ricordare che percorremmo la Interstate 95 in direzione Reno, per poi svoltare ad Amargosa per la Death Valley Junction. La via più ovvia, se vai da Las Vegas.

Devo dire che anche se sapevamo bene che la strada da fare era parecchia, la lunghezza del viaggio in qualche modo comunque ci sorprese. La prima tappa fu Dante’s View, il punto panoramico delle Black Mountains da cui si gode di una veduta quasi surreale sulla parte di valle sottostante corrispondente grosso modo a Badwater Basin. Affacciato a questa terrazza naturale, rimani sorpreso di due cose. Innanzitutto le dimensioni sovrumane del posto. E poi questa striscia bianca accecante, che sembra un fiume. In effetti milioni di anni fa il fondo valle era occupato da un lago, incredibilmente ricomparso nel 2005 a seguito di piogge torrenziali e poi letteralmente evaporato dopo sole due settimane a causa delle temperature torride. Al suo posto ora rimane questa coriacea crosta di fango e sale, che brilla al sole e conferisce alla valle un aspetto lunare.

L’idea era comunque di scendere sul fondovalle, così ripartimmo abbastanza in fretta e tornammo sulla strada principale. La fermata successiva fu il celebre Zabriskie Point. Io lo conoscevo perché Michelangelo Antonioni nel 1970 aveva girato un film che si chiamava così, con alcune scene di sesso (molto controverse per l’epoca) girate proprio qui. Immagino che nell’intenzione del regista l’accostamento tra amore e morte dovesse risultare particolarmente simbolico, ad ogni modo confesso di non aver mai visto il film. In realtà lo conoscevo perché i Pink Floyd avevano lavorato alla colonna sonora per il film a Roma, nel lontano ‘69. Se non fosse stato per questo dettaglio, probabilmente non avrei mai saputo chi fosse Antonioni, né cosa fosse lo Zabriskie Point, o dove fosse. Comunque in qualche modo era legato ai Pink Floyd, e questa era una ragione più che sufficiente per andarci. Si tratta in sostanza di un punto panoramico sulle badlands molto suggestivo. I calanchi hanno in effetti un aspetto molto particolare, qualcuno dice che sembrano onde del mare pietrificate. A me ricordano più le fette di un pandoro. Ma al di là di questo, davvero ti chiedi come possa aver fatto la natura a modellare un simile paesaggio.

Superato questo punto di interesse, sei praticamente entrato nella valle. Demmo una rapida occhiata a Furnace Creek, che è un po’ il villaggio di riferimento dell’intera regione (anche perché è l’unico: Stovepipe Wells, una quarantina di chilometri più a nord, in realtà è poco più di un motel), poi deviammo a sinistra diretti ad una arida distesa di rocce e sale nota come Devil’s Golf Course.

Qui sei nel centro del nulla, come sentimmo dire alla moglie di un altro turista italiano arrivato in quel posto qualche minuto dopo di noi. Avremmo incontrato al massimo un’altra macchina, oltre la loro. La donna lo diceva con toni sarcastici all’indirizzo del marito, che l’aveva trascinata fin lì senza che lei ci vedesse una valida ragione (per inciso, un paio di anni più tardi mi sentii rivolgere più o meno le stesse parole dalla mia compagna, quando la portai ad Amboy sulla Route 66…). Io invece adoravo quel paesaggio così suggestivo e surreale. Mi guardavo intorno e non ci credevo. Non credevo potesse esistere un posto simile. Un posto dove appunto non c’è niente. Per miglia e miglia. Solo fango e sale a perdita d’occhio. E, molto lontane, le montagne che delimitano la valle.

A quel punto eravamo già un po’ stanchi, e soprattutto s’era fatto tardi. Lo stesso tempo impiegato per arrivare lì lo dovevamo considerare per tornare a Las Vegas, era metà pomeriggio ed ecco quindi che dovevamo girare il Chrysler nero e metterci sulla via del ritorno. Quel posto così torrido e inospitale, come ho detto, ci era piaciuto parecchio. Le condizioni estreme erano una sfida irresistibile per il nostro spirito, ancora galvanizzato da 3 mila chilometri di Harley attraverso 4 stati del West e scenari altrettanto unici. Già allora nacque insomma il desiderio di rilanciare in grande stile, ovvero il progetto di tornarci ma in sella ad una Harley Davidson (cosa assolutamente sconsigliata da qualunque guida) e magari trascorrerci la notte. Così facemmo, in effetti, l’anno successivo.

Come ho già detto, in occasione del viaggio del 2014 non feci un tragitto disegnato da altri. Preparai personalmente ogni cosa nei minimi dettagli e disegnai l’itinerario secondo il mio estro e dando pieno sfogo alle mie suggestioni: saremmo andati dove volevo andare, non c’erano altri vincoli. La Death Valley era la prima tappa. Il programma quel giorno prevedeva il ritiro delle bike a Las Vegas, sosta a Calico ghost town per dare un’occhiata, pranzo da qualche parte a Barstow (in realtà fu un semplice gelato ad una stazione di servizio) e, sulla via per Las Vegas all’altezza di Baker deviazione sulla 127. Stavolta volevo scendere nella Valle della Morte da sud, da una strada chiamata Jubilee Pass Road: l’idea era di percorrerla tutta, facendo una sosta a Badwater Basin, e risalire verso nord fino a Stovepipe Wells dove avremmo pernottato. La tappa era molto lunga, 6 ore senza considerare le soste; questo ci avrebbe consentito di scendere in valle a pomeriggio inoltrato, con il sole già basso a ovest e quindi temperature più sopportabili: fu una saggia decisione, il phon caldo del deserto è persino meno sopportabile mentre vai in moto. Andò più o meno tutto secondo i piani, si rivelò comunque più faticosa del previsto e allo Stovepipe (poco più di un campeggio, con adiacenti un ristorante e uno store) arrivammo alle otto di sera, dopo un’intera giornata di Harley.

La Death Valley è lunghissima, interminabile, sinistramente bella. Pare che nel sottosuolo ospiti un immenso bacino sotterraneo. E Badwater Basin è un altro posto molto particolare ed estremo: c’è questo affioramento di acqua salata nel punto più basso della valle, che per inciso è a circa 87 metri sotto il livello del mare. Si dice che sia il punto in assoluto più basso e più caldo di tutto il continente nordamericano. E noi ci eravamo andati in Harley Davidson: autostima. Da lì parte questa surreale distesa di sale che, immagino, sia la stessa che si vede a Devil’s Golf Course (dove eravamo stati l’anno prima). Fatta qualche foto, mi incamminai per poche centinaia di metri, e di nuovo mi ritrovavo in mezzo al nulla, soverchiato dalle dimensioni e dalle vibrazioni della valle: che vi devo dire, ho un debole per posti così. Così estremi, solitari, remoti. Mi fanno sentire in pace dentro. I pensieri non trovano ostacoli fisici e possono spaziare liberamente, volare veloci e andare più lontano. Posso testimoniare che qualunque stato d’animo in questo posto lo riesci a vivere con una intensità e una purezza assoluti. Mi sentivo stanco ma appagato da una lunga corsa in Harley attraverso un territorio tanto inospitale quanto suggestivo.

Il mattino dopo ripartimmo da Stovepipe Wells. L’itinerario che avevo pianificato prevedeva di passare da Zabriskie Point e andare a Las Vegas percorrendo praticamente la stessa strada fatta l’anno precedente, col Chrysler nero da becchini. Ma le cose andarono diversamente. A Furnace Creek avremmo dovuto fare benzina, ma poche miglia dopo le Eureka Sand Dunes fui assalito dal timore che forse a Furnace non avremmo trovato il tipo di verde con cui ci era stato indicato di rifornire i serbatoi delle nostre Harley: in fondo era l’unica pompa di benzina di tutta la Death Valley, ed è sconsigliato a chiunque di scendere nella valle con una Harley.

Arrivare fin lì significava vuotare i serbatoi, non trovarla significava rimanere poi a piedi da qualche parte nel posto più inospitale del mondo. Sembrava interessante, ma l’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio. Decisi on the run di cambiare itinerario e uscire dalla valle percorrendo la Daylight Pass Road, nel tentativo di non sprecare ulteriore benzina e arrivare, con la poca che restava, alla cittadina di Beatty. Si tratta, per inciso, della via che tradizionalmente veniva percorsa dai convogli di coloni ed esploratori per attraversare la valle, e dagli stessi ribattezzata Hell’s Gate (cancello dell’Inferno). A dispetto del nome, sembrava l’opzione migliore. E così fu, in effetti: arrivati alla stazione di servizio tirammo un sospiro di sollievo, facemmo il pieno e proseguimmo verso Las Vegas.

In realtà, come ebbi modo di appurare in una successiva occasione, qualunque tipo di benzina verde sarebbe andata bene. Di fatto quindi le mie furono preoccupazioni inutili, ma lì per lì vi assicuro che ci procurarono qualche patema e momenti di seria indecisione. Ad ogni modo quel giorno arrivammo in perfetto orario sulla tabella di marcia a Las Vegas e all’ora di pranzo facemmo il nostro ingresso trionfale sulla Strip, piuttosto compiaciuti – devo ammetterlo – dalla pacchianeria della scena e dal fatto di viverla da protagonisti.

Dopotutto non capita spesso di andare a Las Vegas, e ancora meno di percorrere uno dei viali più famosi e iconici di tutti gli States dopo aver sfidato, a bordo di una rombante Harley Davidson rossa, la tanto famigerata Valle della Morte. 😅

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