Imparare a suonare la batteria: le cose da sapere.

Comprai la batteria senza che prima avessi mai impugnato due bacchette, senza sapere la differenza tra un crash e uno splash, senza essermi iscritto ad un corso per imparare a suonarla o aver preso qualche lezione. Con l’Harley successe più o meno la stessa cosa, ora che ci penso (ne parlo brevemente qui). Di più: comprai la batteria senza neanche sapere dove metterla. Che è un problema che viene persino prima, perché come potete facilmente immaginare una batteria non è uno strumento che suoni nel salotto di casa. Puoi anche metterla in salotto, se hai spazio, perché pensi che stia bene con l’arredamento o magari per impressionare gli ospiti. Ma di norma un tavolo o un divano lo compri per arredare, una batteria in esposizione da Ikea io ancora non l’ho mai vista. E se stai comprando la tua prima batteria e hai l’obiettivo di imparare a suonarla, bè devi anche avere uno straccio di idea di dove poter studiare senza essere denunciato dai vicini. O dagli altri inquilini, se vivi in un palazzo.

Era il 15 dicembre del 2012. L’idea mi aveva solleticato diverse volte in passato, ma non l’avevo mai seriamente presa in considerazione per via delle prevedibili complicazioni che ne sarebbero derivate. E poi avevo sempre dedicato il mio tempo libero ad altre cose, ma che suonare la batteria fosse una figata assoluta in fondo l’ho sempre pensato. Che ci crediate o no, quel giorno abbandonai ogni scrupolo. È stato un impeto, un istinto che ha vinto su qualsiasi ragionevole remora. Mi sono detto: certo, ci sono mille problemi. Al diavolo: tra il dire e il fare, basta farlo (a volte è proprio così). Quindi sono andato al negozio di musica fermamente deciso a non indugiare oltre, a non pensarci ancora su: i problemi li avrei risolti uno alla volta, man mano che si sarebbero presentati. Ma andiamo con ordine.

Ricordo che nella sezione dedicata alle batterie, nel negozio, c’era una parata da togliere il fiato, tutte scenograficamente esposte su quella che una volta era la platea di un vecchio cinema: il paese dei balocchi. Tra le tante ne ho presa una di colore nera. Decisi esclusivamente in base al prezzo e all’estetica; di batteria non sapevo proprio nulla, di fatto altri parametri di scelta non ne avevo. La volevo nera, come la mia Iron. Voglio precisare che non ho mai subito il fascino dell’estetica Dark, semplicemente in quel periodo mi piaceva che le mie cose fossero nere. Probabilmente pensavo che questo conferisse loro un alone di oscurità e mistero, rendendole più interessanti. Con una intensità decisamente più attenuata, devo dire che tale predilezione in parte è presente in me ancor oggi. Comunque fu una spesa decisamente ragionevole: l’ho pagata meno di un telefonino, se vi state domandando quanto è costata.

Come per molte altre cose, in realtà il costo di una batteria dipende da cosa compri. Nel mio caso pensai che poteva andare bene uno strumento da battaglia, e che avrei sostenuto spese maggiori in futuro nel caso in cui la mia carriera musicale fosse decollata o che so, avessero iniziato a chiamarmi a suonare nei locali… Non serviva il classico senno del poi, per ritenerla la scelta migliore. Ok l’acquisto d’impeto, ma anche un pizzico di buon senso non ci stava male: stavo comprando una batteria, ma non sapevo neanche dove avrei potuto metterla e se effettivamente avrei imparato a suonarla. Devo anche dire di essere stato abbastanza fortunato perché l’acquisto si è poi rivelato perfetto per le mie esigenze e il suono non è poi tanto male.

Certo, ho cambiato i piatti, ma questo è normale. Ad un certo punto persino auspicabile, come ho avuto modo di capire con il tempo. Mi spiego: quando compri la tua prima batteria fondamentalmente devi badare al suono dei tamburi, in particolare i tom e la grancassa (confidenzialmente detta cassa). E quelli della mia batteria non sono niente male, a detta anche di amici batteristi che l’hanno provata.

Impari con un po’ di esperienza che non è solo questione di misure e di legno con cui è fatto il fusto del tamburo, ma anche di pelli (che si chiamano così ma in realtà sono di mylar, un materiale sintetico). Ce ne sono solitamente due: la battente è quella che percuoti con la bacchetta, la risonante è quella che sta sotto e che dà corpo al suono che scaturisce dal colpo. Quando compri una batteria nuova, soprattutto se entry level come la mia, in genere le pelli dei tamburi fanno schifo e sai già di doverle cambiare. In realtà i miei due tom e il timpano hanno avuto sin da subito un suono più che soddisfacente e ancora oggi hanno le pelli senza marca che montavano quando la vidi in negozio.

Ho speso invece quello che bisognava spendere per cambiare la pelle battente della grancassa, che è un elemento il cui suono caratterizza davvero troppo lo strumento per non prendertene cura. E qui la differenza (in positivo) si è sentita non appena l’ho montata, anche se per qualche tempo confesso di aver fatto un po’ di fatica a mettere a fuoco quale tipo di suono di cassa volevo. Ho fatto vari tentativi: con la pelle più o meno tirata, con o senza sordina, con coperta-più-cuscino dentro e poi solo il cuscino. Dipende anche da dove la metti, intendiamoci. Poi ogni volta che sento la cassa di un’altra batteria, lì per lì mi piace puntualmente di più della mia. Insomma è una ricerca continua, ma ora sento che la mia cassa ha una bella “spinta” e quindi ho iniziato a dedicare maggiore attenzione ai suoni degli altri strumenti del drum-set.

I piatti, dicevo. I piatti di una batteria per neofiti fanno sempre schifo, a meno che tu non stia acquistando un set professionale (ma allora è probabile che tu non sia affatto un neofita). E’ inevitabile che tu debba cambiarli non appena ci prendi gusto. La scelta dei piatti è una cosa troppo soggettiva, totalmente legata al gusto del batterista e al tipo di suono che cerca. E le case costruttrici si comportano di conseguenza: inutile metter su un piatto da diverse centinaia di euro, far salire il prezzo dell’intero kit e poi magari al potenziale acquirente neanche piace perché “ha un suono troppo scuro” … Ogni batterista, non importa se dilettante o professionista, ha i suoi piatti prediletti: ne esistono migliaia, con sfumature di suono una diversa dall’altra. Per questo, quando compri la tua prima batteria, sappi che ci troverai dei piatti di latta, che ti consentono di colpire qualcosa ma lascia stare il suono che ottieni. Io sulla mia avevo un charleston e un crash, che in effetti è la dotazione minima. E sono stati i primi pezzi che ho cambiato, persino prima della pelle della cassa.

Ho iniziato aggiungendo un piatto ride (che non avevo) e poi ho sostituito il charleston; sono i piatti di accompagnamento, quelli con cui di solito scandisci il tempo; in entrambe i casi non acquistai nulla di pazzesco, ma decenti sì; buoni al limite anche per qualche suonatina in pubblico (in realtà non è mai capitato). Poi ho sostituito il crash, che è il piatto con cui invece fai gli accenti ad esempio al termine di un passaggio, prima di iniziare una nuova strofa; in seguito ne ho comprato anche un secondo, perché in alcune canzoni che stavo provando a imparare dovevi avere un piatto di quel tipo da entrambi i lati del set. Chiaramente non li compri uguali: meglio avere più “voci”. Io optai per uno da 16 e uno da 18 pollici (molto hard rock): entrambi di una serie migliore di quella del charleston e del ride, e non molto più costosa.

A quel punto mancava il rullante, il tamburo con cordiera con cui tipicamente nel rock si batte il backbeat (il 2 e il 4, la faccio semplice). Quello lo cambiai mesi dopo: mio cugino Matteo, lui sì batterista professionista e oggi fresco di laurea al conservatorio, mi convinse a comprare un rullante in metallo, credo sia alluminio. Molto bello esteticamente e anche versatile, a sentir lui. Io all’epoca non sapevo esattamente cosa intendesse (ora comincio ad averne una vaga idea). Di certo ha un volume pazzesco, in genere i rullanti in metallo hanno un volume maggiore rispetto a quelli in legno, oltre che un suono meno caldo e armonici meno controllati. Forse è troppo squillante, rispetto ai tom, e non sono mai soddisfatto fino in fondo della cordiera, nonostante ci abbia perso tempo diverse volte alla ricerca della giusta tensione (e quindi del giusto suono). Un giorno o l’altro cambierò anche quella (o forse comprerò un altro rullante). Anche qui c’è poi da considerare la variabile pelle, ma per mia fortuna già ne montava una ottima. Comunque è il rullante che uso ancor oggi e ho capito che mi piace tenerlo medio-alto, come accordatura.

In realtà, a dirla tutta dovrei anche parlarvi dei pedali. La batteria si suona con tutti e 4 gli arti; in mano hai le bacchette, con cui suoni piatti e tamburi; i due piedi invece suonano i rispettivi pezzi (cassa e charleston) attraverso dei pedali. E quelli che fai, non li cambi?! Fa parecchia differenza, in effetti, suonare (o anche solo studiare) con una buona strumentazione oppure con delle robe che ti offrono meno sensibilità e magari non reggono bene le sollecitazioni meccaniche a cui per forza di cose lo strumento è sottoposto: la batteria infatti è uno strumento straordinariamente fisico. Per essere di qualità, la “ferramenta” che la compone deve essere anche resistente.

Per farvi capire, e senza entrare troppo nel tecnico, il charleston è formato da due piatti uno sopra l’altro montati su di un’asta governata dal pedale e dal piede (sinistro, nel mio caso). Lo suoni con la mano, ma a seconda della pressione che il piede pratica sul pedale (e della zona in cui la pratica) i due piatti si chiudono o si aprono. Il suono cambia parecchio anche con una piccola variazione della pressione esercitata dal piede: più secco se i due piatti sono chiusi e aderiscono perfettamente l’uno all’altro, più corposo e persino chiassoso man mano che li apri. Quindi un pedale molto sensibile ti offre maggiore comfort e gamma espressiva, ma è chiaro che devi essere anche più bravo a saperlo gestire. E ho scoperto a mie spese che è terribilmente difficile, mentre fai dieci altre cose.

L’altro pedale invece governa una meccanica sulla quale è montato il battente con cui colpisci la pelle della cassa, che è il tamburo più visibile del set (“quello grosso davanti”). Qui se devi fare due colpi molto veloci e ravvicinati, hai bisogno di un pedale con determinate caratteristiche e che risponda al meglio al tuo piede. Anche se suoni pezzi pop-rock di quelli facili, come me in fin dei conti, presto o tardi ti imbatti in un brano che richiede una certa velocità nei colpi di cassa, e allora ti senti legittimato a pretendere un pedale migliore rispetto a quello che montava originariamente la tua batteria che costava meno di un telefonino. Quando poi hai anche quello e ti rendi conto che quei due colpi in rapida successione ancora non ti vengono come dovrebbero, realizzi che il problema non è il pedale ma il piede. E’ questione di tecnica, inutile girarci attorno: devi studiare.

Quello che volevo dire, comunque, è che alla fine della fiera non è la spesa iniziale il vero punto della questione, ma quella in itinere. Della batteria che ho comprato sopravvivono solo i due tamburi montati sopra il rullante e il tom a terra, anche detto timpano; il resto dell’attrezzatura è cambiata tutta. E questo senza che io abbia dovuto mai suonarla in pubblico: ci ho solo studiato o fatto sentire qualcosa a qualcuno che mi veniva a trovare. Se un giorno dovessi suonare in piazza o in qualche locale, probabilmente mi renderei conto di dover cambiare anche quelli. Insomma la tua prima batteria la compri anche con due soldi, ma sappi che se poi “ti prende bene” quello è solo l’inizio.

A proposito dell’inizio, ricordo che per un po’ ero seriamente convinto di poter attutire i rumori (pardon, suoni) che producevo studiando attraverso l’uso di dischi di gomma adagiati su piatti e pelli, e che sarei potuto diventare un grande batterista andando avanti così. Questa foto impietosa lo testimonia. Su internet avevo scaricato un video-corso e qualche trascrizione delle parti di batteria dei brani che mi piacevano di più, e iniziai così: in pratica ascoltavo il pezzo e, guardando lo spartito, cercavo di capire il significato di tutti quei segni strani (le note) che incontravo. Davvero ingenuo, non trovate? La cosa curiosa è che, a differenza degli spartiti per qualsiasi altro strumento musicale, quei segni sul pentagramma non indicano una nota musicale propriamente detta (do-re-mi etc.), ma l’elemento del kit da colpire e l’intervallo di tempo tra un colpo e l’altro. Un sistema di notazione alternativo è quello della tablatura, ma mi piace meno e non l’ho mai usato molto.

Passato forse un annetto, ho avuto il pudore di iniziare a prendere lezioni presso una scuola di musica. I maestri di batteria andavano e venivano; non appena trovavano un impiego professionalmente più stimolante e (immagino) più stabile, ricominciavo praticamente da capo con il nuovo. Il primo che ho avuto era un batterista jazz, giovanissimo ma molto bravo: lo capivo persino io, che non sapevo nulla di batteria e tanto meno di jazz. Del secondo non ricordo molto, il terzo approfittava di qualsiasi pretesto per impossessarsi dello sgabello e fare sfoggio parossistico delle sue virtù manco fosse su un palco: se vi dovesse capitare un maestro così, cambiate scuola. Per fortuna con il quarto sono andato avanti un paio di anni: la continuità didattica, unita alle sue qualità di insegnante e ragazzo molto alla mano, mi ha permesso di fare qualche passo avanti: se so fare qualcosa, quel poco che so fare, Amedeo è uno di quelli che devo ringraziare.

Lo studio della batteria del resto può essere incredibilmente ripetitivo, e quindi noioso. Ci vuole una buona dose di autodisciplina e una forte motivazione interiore. Soprattutto tenute presenti le difficoltà logistiche (ne parlo tra poco), il poco tempo che hai quando sei già adulto (in alcuni periodi riesco a studiare al massimo un paio d’ore a settimana) e il fatto che le occasioni di puro divertimento (che in fin dei conti sono quelle quando suoni con altre persone) non sono così facili da organizzare. Non sto cercando alibi, ci sono stati molti momenti di studio discontinuo di cui sono il solo responsabile. Ma obiettivamente ho anche iniziato tardi, va bene così.

Detto questo, un buon maestro è fondamentale a mio avviso per due ragioni. Innanzitutto perché se è bravo sa trovare il giusto mix e farti anche divertire oltre che studiare (altrimenti dopo un po’ molli tutto e ciao). E poi perché la batteria per semplicità si dice sia uno strumento, ma in realtà sono più strumenti in batteria (appunto), suonati con tutti e 4 gli arti e ci sono tantissime capacità che devono essere allenate. Tecnica del rullante, orchestrazione sul set, coordinazione e indipendenza degli arti, senso del tempo, dinamiche (sarebbe il volume che ottieni dal piatto o dal tamburo quando lo suoni, e tenete presente che un batterista spesso suona con tutti e 4 gli arti 4 cose diverse nello stesso momento), intenzione (questo è il più sottile e difficile da descrivere a parole, infatti non ci provo neanche: chi suona sa di cosa non sto parlando). E sicuramente l’elenco non è neanche esaustivo. Tutte queste cose le impari con lo studio e gli anni, ma molto più in fretta se te le trasmette qualcuno. Che non deve necessariamente essere un virtuoso dello strumento, ma è importante ovviamente che conosca la materia, abbia in testa un progetto didattico e sappia anche modularlo in base a chi ha davanti.

All’epoca, come forse si intuisce anche dalle foto precedenti, ero in appartamento al terzo piano di un condominio, e lì ben presto (ma sarebbe più corretto dire finalmente) mi sono posto il problema di costruire un box insonorizzato per studiare con maggiore tranquillità. A dirla tutta, esiste una alternativa (anzi due, ma della seconda parlerò nel prossimo articolo): montare sui tamburi delle pelli mesh e sulle aste dei piatti low volume. I suoni risultano molto attutiti, ma mai del tutto ed ero convinto che non sarebbe stato sufficiente. E poi ero stufo di castrare il mio strumento, non puoi pretendere di imparare a suonare la batteria eliminando il suono: è una contraddizione in termini, se ci pensate. E una delle cose più fighe della batteria è proprio che ogni pezzo del drum-kit ha il suo suono, con mille possibili varianti e sfumature, e tu devi andarti a trovare il tuo. Poi magari all’inizio ti piace un certo tipo di suono, e man mano che passano gli anni invece il tuo gusto cambia e ne cerchi un altro. Questa faccenda del suono è una cosa molto seria per un batterista, e il fatto che fossi ancora solo uno studente non doveva rappresentare un alibi: tirai dritto e optai per la costruzione di una cabina insonorizzata nella camera degli ospiti.

A posteriori non esito a definirla una follia. Ma, come dicevo all’inizio, i problemi li avrei affrontati e risolti uno alla volta: non mi scoraggiai affatto, e non mi sembrò impossibile da fare. Le difficoltà legate al progetto non fecero altro che darmi l’entusiasmo necessario a superarle. Voglio anche dire che fu la cosa giusta da fare. E fu un successo: avere un posto come quello dove studiare fu un notevole passo avanti. Se per caso volete costruirvi una cosa simile, perché avete la stessa esigenza (o magari tanto tempo libero e non sapete che fare), vi posto i progetti. Sono uno che si documenta, studia, insomma non va allo sbaraglio; lo potete capire da queste immagini.

Comprare una cabina insonorizzata professionale realizzata da una azienda specializzata costa minimo 7-8 mila euro per un paio di metri quadri di spazio interno utile, così decisi che lo avrei costruito artigianalmente. Definii le misure ottimali in base allo spazio necessario (per alloggiarvi lo strumento) e a quello disponibile (la stanza), poi scelsi i materiali e i rivestimenti dopo essermi documentato principalmente sulle loro proprietà fonoisolanti e fonoassorbenti (che sono due cose ben diverse). Comprai tutto e mi rivolsi a un mio amico che aveva una rivendita di legname per alcuni materiali e la necessaria manodopera, mentre con l’aiuto provvidenziale di mio padre mi sono occupato del rivestimento interno una volta che la cabina era stata montata.

Il pavimento flottante era in pioppo e poggiava su uno strato di gomma; le 4 pareti e il soffitto erano costituite dal classico “panino” in legno multistrato e lana di roccia; per migliorare l’isolamento, internamente usai pure la gomma piombo come rivestimento; su cui poi incollai un feltro più che altro decorativo e dei piramidali che servono invece per impedire che le onde sonore, rimbalzando sulle pareti, possano tornare indietro e farti diventare scemo. A completare l’opera una ciabatta elettrica a cui collegavo una lampada a led e un ventilatore (quanto comfort!). Devo dire che il risultato finale fu sopra le aspettative, sia dal punto di vista estetico che dal punto di vista funzionale.

Per misurarlo non ho mai utilizzato apparecchi ad hoc (ci mancavano solo quelli!), ma quando la porta era chiusa all’esterno si percepiva un drastico abbattimento del suono. In corridoio e nelle altre stanze di casa era come sentire una televisione accesa; del resto, anche secondo molti addetti ai lavori, l’abbattimento ottenibile in tali casi non è mai totale. Questo mi ha consentito di studiare con molta continuità e assiduità: mi rendevo persino conto da solo dei progressi che facevo, mentre li facevo. Ogni tanto dal confinante appartamento della scala B qualcuno “bussava” sul muro, ma io ero nella scala A e contavo molto su questo per evitare di incontrarlo o doverne fare la conoscenza.

Comunque siamo riusciti ad andare avanti senza che nessuno chiamasse i vigili né denunce, quindi alla fine ne è valsa davvero la pena. Il costo finale fu di 2.355 euro tutto-tutto compreso. Non sembrava fatto artigianalmente, tanto era venuto bene. E chiunque ha avuto modo di vederlo è rimasto sorpreso. E’ stata una bella soddisfazione, ne ero orgoglioso. Quando nel 2017 avevo ormai lasciato quella casa, riuscii anche a rivenderlo e recuperare 900 euro. Il ragazzo che lo comprò lo rimontò a casa sua da qualche parte a Roma; studiava canto, non so dirvi se poi – anche grazie al mio box – sia andato al conservatorio o a X-Factor.

Intanto più di 3 anni erano già passati da quel fatidico giorno in cui comprai la mia prima batteria, e nel frattempo non riuscii in alcun modo a sottrarmi al rito dei saggi di fine corso. L’idea non mi allettava: ho sempre pensato che le scuole li organizzassero per far vedere a mamma e papà che non stavano buttando via i soldi, a far studiare musica al figlio. Ma per la prima volta hai l’occasione di esibirti di fronte a un pubblico, e questo è certamente molto stimolante e formativo. Qui ne posto uno, credo fosse la fine del secondo anno di studi. A dispetto della falsa partenza (e di un’altra cagata clamorosa più avanti che certamente noterete), le cose non andarono poi tanto male. Ma suonavo su una base, che in senso stretto non significa ancora “suonare” (soprattutto per un batterista); se avrete voglia di leggere il prossimo post, in cui racconterò fatti e anni più recenti, avrete modo di capire cosa intendo.

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