Homo digitalis e social dilemma: esiste una soluzione?

Abbiamo già descritto l’evoluzione digitale dell’essere umano, che passa una parte sempre maggiore del proprio tempo online, in particolare sui social, con lo smartphone perennemente collegato a queste piattaforme gratuite di svago, intrattenimento, informazione, comunicazione e relazione: autentici trastulli di massa (dai contenuti fortemente personalizzati però) dell’era digitale.

Ora, complice il docu-drama “Social Dilemma” prodotto dalla piattaforma di streaming Netflix è tornato in auge da qualche mese il dibattito “Fanno bene vs fanno male”. A chi ha studiato Comunicazione probabilmente la querelle ricorda un po’ quella sugli effetti sociali dei media (intesi come mass media, non come social media). Nel secolo scorso dall’ago ipodermico si è progressivamente arrivati a fare ricerche sull’uso che le persone facevano dei messaggi massmediatici, capovolgendo gli assunti apocalittici e le ingenue ipotesi di partenza. È vero però che c’è una enorme differenza: l’algoritmo. Ovvero il tentativo di inferire dai nostri comportamenti digitali gusti e preferenze, per cercare di proporci contenuti che ci facciano passare una parte sempre maggiore del nostro tempo libero (e non soltanto quello) online. E non è una differenza da poco, non a caso il nome è altisonante: si chiama Intelligenza Artificiale.

Sembra di buon senso (e anche consolatoria, in fondo) la posizione di chi dice “Sono solo strumenti, in sé non sono buoni né cattivi; dipende sempre da che uso ne fai”. Ora qualcuno, gli stessi che li hanno programmati, sente però il bisogno di chiarirci che di fatto non siamo noi a usarli, i social network: accade esattamente il contrario.

Se non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu

I vecchi mass-media ovviamente non avevano un algoritmo in grado di interagire con quello che fai, imparare interazione dopo interazione ed inferirne modelli predittivi in base ai quali proporci 24/7 contenuti personalizzati che ci tengano in piattaforma il maggior tempo possibile; lo scopo invece è sempre quello: vendere pubblicità. Noi utenti siamo le audience, la nostra attenzione la materia prima. Ma l’uso dei social è in grado di creare una vera e propria dipendenza da dopamina, spingendo il nostro cervello a scrollare in modo compulsivo e ossessivo il feed sullo schermo dello smartphone nella speranza di imbatterci in un contenuto che ci intrattenga, senza peraltro mai saziarci del tutto.

Siamo al cuore del Dilemma. Non vogliamo e non possiamo fare a meno di essere sempre più digitali, di passare sempre più tempo online e in particolare sui social; ma come fare per evitare di risultarne cognitivamente condizionati (ad esempio nella formazione delle opinioni), o peggio ancora psicologicamente deviati (ad esempio nel bisogno di stima e approvazione sociale)? Pensiamo a chi i tempi in cui questi ambienti digitali non erano così pervasivi non li ha mai conosciuti. Se ci nasci dentro, se non hai mai osservato un mondo diverso, non te ne rendi neanche conto. A ben vedere, i rischi maggiori li corrono millennials e centennials, che pure sono nati con lo smartphone in mano; paradossalmente chi in questo mondo digitale non è nativo ma immigrato (noi genX e persino i baby boomers, sempre più digital…), ha meno aree di potenziale fragilità. Magari abbiamo qualche difficoltà a capirli o a usarli, soprattutto all’inizio; ma abbiamo vissuto un prima e ce lo ricordiamo ancora, anche se ci sembra incredibile che un tempo si potesse vivere senza smartphone.

Chiunque abbia un figlio dovrebbe iniziare molto presto a confrontarsi seriamente con questa riflessione e immaginare delle possibili soluzioni pratiche, legate al quotidiano e alla sua crescita (oltre che, in qualche caso, anche al proprio benessere di adulto). Quante ore al giorno, quali pericoli si corrono, come negare lo smartphone quando tutti ce l’hanno e tuo figlio rischia di passare per (o peggio ancora sentirsi) sfigato e risultare isolato (che domani potrebbe di fatto significare a-social). Le tragedie, per nulla virtuali, purtroppo non mancano; è di questi giorni il dramma di una bimba di 10 anni di Palermo che partecipava, a quanto pare, a una challenge estrema su Tiktok.

Cosa che deve far riflettere: pare invece che i figli dei big della Silicon Valley non ce l’abbiano lo smartphone, almeno fino ad una certa età. A mio avviso, a maggior ragione anche stavolta la questione si risolve con l’educazione, la conoscenza, la consapevolezza e qualche necessaria limitazione da calibrare in base all’età. Con l’umanesimo insomma. È un equilibrio dinamico, una lotta perenne, una via stretta, ma mi sembra anche l’unica. Non è una soluzione nuova né una posizione originale, nella riflessione sull’educazione dei figli, lo riconosco.

Da notare che dopo aver visto Social Dilemma l’algoritmo di Netflix, beffardo e imperturbabile, ci suggerisce “Potrebbe interessarti anche…”. Del resto fa il suo lavoro di algoritmo, lo abbiamo creato e programmato così. Il tema è sempre quello, dal mito di Adamo ed Eva a Matrix: la creatura che si ribella al suo creatore, con infinite declinazioni e qualche variazione sul tema. A me però sembra che in fondo al digitale, oltre che tanta tecnologia, ci siano e sempre più debbano esserci riflessioni da umanisti.

Solo per fare due esempi. Per avere successo sui social devi essere empatico, ovvero pubblicare contenuti che sposino gli interessi degli utenti. Perché è questa la roba che viene premiata dall’algoritmo in termini di reach, perché tiene incollati al social gli utenti. E quindi consente alla piattaforma di acquisire e registrare più informazioni sul tuo comportamento di navigazione, su cosa ti piace, affinare il tuo profilo, e mostrarti così sempre più inserzioni e sempre più precise bla bla bla … Ok, conosciamo già le regole della casa (e le abbiamo accettate al momento dell’iscrizione); il punto non è questo. Il punto è l’empatia, che è una dote prettamente umana e umanistica. Insomma nessuno sa esattamente come funziona l’algoritmo, ma tutti dicono che se vuoi avere successo con i tuoi contenuti devi adottare la prospettiva del tuo pubblico ed esercitare empatia, sensibilità nei contenuti, nei toni e nel linguaggio: di cosa stiamo parlando?

E anche la Seo, che nasce come disciplina “tecnica” con lavoro sui meta-tag e sullo stuffing di keywords all’interno di testi-fuffa, è diventata ora “semantica” e persino “umanistica”. Anche in questo caso, perché un algoritmo (molti in realtà) viene costantemente perfezionato per funzionare così. Ma perché? Perché chiaramente più Google dà un buon servizio a chi lo interroga alla ricerca di qualcosa, più continuerà a dominare il mercato delle ricerche online. E più venderà pubblicità (e non solo quella). Quindi tu devi indovinare l’intento di ricerca, coprire il campo semantico, fornire contenuti utili e che possibilmente risolvano i problemi degli utenti bla bla bla.

Social media is about sociology and psichology more than technology

Brian Solis

Dopo una prima fase in cui la parte tecnica è trainante, mi pare che ne arrivi sempre una di riflessione e razionalizzazione squisitamente umanistica. A dimostrazione del fatto che i dati e le informazioni che ciascuno di noi, in veste di homo digitalis, produce in ogni momento con i nostri comportamenti digitali possono fare la differenza, ma solo a condizione che vengano maneggiati con cura e letti attraverso uno sguardo che sia dotato di intelligenza umana, e non solamente artificiale. Nel mondo digitale, a mio avviso, questa appare sempre più chiaramente come una necessità.

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