Metaversi, il terzo tempo di internet dopo mobile e social network

Dall’internet delle cose all’internet dei sensi il passo potrebbe essere più breve di quello che pensiamo. Metaverso è la buzzword del momento. Facendo qualche ricerca sul tema ci si imbatte quasi subito nell’informazione che ci rivela come questa parola non sia stata inventata tanto di recente. Ci saremmo aspettati il contrario, ma è dall’ormai lontano 1992 che se ne va in giro per conto suo e produce significati, visioni e mondi possibili. Oggi per i giganti del mondo digitale come Alphabet (Google), Meta (Facebook), Apple o Microsoft è il futuro, “the next big thing”, e dunque lo sarà anche per tutti noi.

Dire cosa sia il metaverso non è semplice. Intanto perché è una entità ancora in divenire, in pieno sviluppo (in senso informatico prim’ancora che economico). Non c’è una definizione che possa comprendere tutti gli aspetti ad esso collegati né, soprattutto, contemplarne tutti i possibili futuri sviluppi o casi d’uso. Intanto diciamo che occorrerebbe parlarne al plurale: i metaversi, si intuisce facilmente che non ce n’è e non ce ne sarà uno solo.

Quelli già esistenti, come Decentraland o The Sandbox, hanno ancora una evidente matrice ludica ma sono già proiettati oltre, verso una dimensione più legata alla socializzazione e all’interazione. E così tornano inevitabilmente in mente precedenti illustri come Second Life, che probabilmente non ha cambiato più di tanto le nostre vite semplicemente perché troppo in anticipo sui tempi. Era il 2002: internet non era così pervasivo, gli smartphone non erano ancora stati inventati (e neppure i social network).

In altre parole, le persone non avevano ancora fatto esperienza di piattaforme online che consentissero in qualunque momento di pubblicare (nel senso di rendere pubblico) il loro privato e interagire con facilità e diletto con le altre persone della loro rete sociale, e più in generale con chiunque. Oggi invece questo antecedente è talmente metabolizzato che consideriamo il digitale parte integrante delle nostre identità, sono sempre di più le cose che facciamo “su internet” e siamo perennemente collegati. Concettualmente, da qui al metaverso il passo è breve: chi meglio di Facebook allora?

Credit: The Crypto Gateway

Al di là di questo, ci vuole ancora un discreto sforzo di immaginazione per trasferire alcuni concetti al di fuori dei mondi del gaming e pensare che possano funzionare in altri ambiti. Che ad esempio possano nascere delle economie reali all’interno di questi nuovi universi digitali paralleli o ibridi (phygitali), che si possano comprare o vendere cose fatte di bit che nella realtà vera non esistono e non si capisce dunque come possano avere un valore, né come/dove possa avvenire lo scambio. Ma gli elementi costitutivi di questo nuovo macro ecosistema ci sono già quasi tutti. Quindi dal mio punto di vista fare previsioni e pronostici, o meglio profezie, è fin troppo facile.

Quali sono questi elementi? La blockchain come tecnologia infrastrutturale neutrale, sicura e decentralizzata. Gli NFT per certificare in modo univoco la proprietà di un oggetto, sia esso un pezzo di terreno, un’opera d’arte o un gadget griffato per il proprio avatar (in tutti e tre i casi, sia chiaro, stiamo parlando di oggetti digitali). Poi le criptovalute, che attraverso appositi marketplace ne consentono il commercio e la compravendita, fuori e dentro i metaversi.

Mancano solo dispositivi e tecnologie abilitanti una soddisfacente esperienza fotorealistica di realtà virtuale o aumentata che abbiano prezzi accessibili e facilità d’uso. Gli attuali visori di realtà virtuale, occhialini di realtà aumentata e indossabili vari ancora non soddisfano nessuno di questi requisiti, invece trattandosi di digitale l’esperienza utente è un fattore ancora più decisivo. Ma questo è un film già visto ed è solo questione di tempo. Le Big Tech stanno mettendo a terra investimenti massicci, i device in corso di sperimentazione lasciano intravedere la possibilità di fare quello che fino ad oggi abbiamo visto nei film di fantascienza. Vanno certamente perfezionati e resi più facili da usare, anche dal punto di vista dell’ergonomia. Tuttavia in alcuni ambiti non siamo ai pionieri, siamo già più avanti nella curva: almeno agli early adopters.

E c’è stato un recente evento catalizzatore: l’annuncio di Mark Zuckerberg sul rebranding della sua holding, che diventa Meta. Alcuni fanno notare che è servita più che altro a distogliere l’attenzione dai problemi legali e di immagine derivati dai Facebook Papers, tuttavia dobbiamo riconoscere che la mossa è incisiva ed è stata rafforzata da investimenti annunciati per 50 milioni di dollari e 10 mila nuovi posti di lavoro con l’obiettivo di concretizzare la sua visione di Metaverso. Ma Zuckerberg non ha lanciato una nuova sfida, ha acceso l’hype intorno a una cosa su cui si sta già lavorando da tempo; ha solo cambiato nome alla sua azienda per rilanciarsi e potervi partecipare come front runner.

Del resto l’aspetto tecnologico è sempre quello più appariscente, ma come dice Brian Solis alla base di queste cose c’è una matrice psicologica e sociologica. Anche gli avatar che se ne vanno in giro su internet esistono già: si tratta delle nostre identità digitali, frammentate su vari mondi virtuali che sono i social che usiamo, le foto da cui con un banale filtro eliminiamo quel difetto fisico che non abbiamo mai accettato, le immagini sempre wow che carichiamo a beneficio di chi guarda per offrire di noi stessi una immagine o uno stile di vita che spesso tipicamente non corrisponde alla realtà quotidiana.

I marchi del lusso e della moda lo hanno capito, e infatti sono già lì a vendere costosissimi abiti e gadget digitali che ci consentano di personalizzare e distinguere i nostri alter ego. Anche la vendita di NFT legati allo sport è un trend ormai consolidato, molti si sono accorti che sta succedendo davvero qualcosa quando hanno visto che le più note squadre di calcio della Serie A italiana hanno sulla maglia nomi di aziende mai sentite prima e che non si capisce bene cosa producano. Poi c’è il mondo dell’arte, dei creatori di opere d’arte digitali e del collezionismo. Ha fatto scalpore la cifra (69 milioni di dollari) a cui è stata venduta all’asta da Christie’s un’opera dell’artista Beeple, e infatti le altre case come Sotheby’s si stanno attrezzando in tutta fretta per vendere anche loro gli NFT su blockchain Ethereum.

Ci tengo a precisare che non posseggo NFT di quest’opera, ogni diritto (reale o virtuale che sia) spetta ai legittimi detentori del token

Infine, dopo quella finanziaria che già da qualche anno ha messo gli occhi sul variegato mondo delle criptovalute, ora è in fortissima crescita anche la speculazione edilizia legata ai mondi virtuali. Elon Musk non è tanto convinto che il metaverso sia il futuro, e Raja Koduri di Intel stima che servirebbe capacità infrastrutturale e computazionale 1000 volte superiore a quella attuale per abilitare qualcosa che somigli a ciò di cui si sta parlando/scrivendo così tanto in questi giorni. Intanto però gli investimenti di chi crede in questa visione, o anche solo i soldi di chi spera in futuro di poterci speculare, sono tremendamente reali. E non stiamo parlando di due spicci.

Gli investimenti di chi compra oggi terreno virtuale nei metaversi scommettendo che un giorno quella sarà la nuova Manhattan muovono miliardi. Su Decentraland 4,8 mq di terra (virtuale) in quello che dovrebbe essere il distretto della moda sono stati pagati l’equivalente in altcoin di 1,8 milioni di euro (reali). Su The Sandbox una società immobiliare chiamata Republic Realm, che di solito vende terreni reali, ha comprato appezzamenti per 3,8 milioni di euro scommettendo sulle future esperienze online. E a quanto pare starebbe già monetizzando in vari modi, alcuni dei quali davvero ai limiti dell’inverosimile. Il settore del Real Estate dovrebbe a questo punto essere rinominato Unreal Estate, o più probabilmente Digital Estate, perché dei soldi di cui stiamo parlando si può dire tutto tranne che non siano reali, anche se può sembrare assurdo.

Scrivo spesso che il digitale è reale. E con questo non intendo ovviamente che ciò che vediamo nei feed dei nostri smartphone corrisponda alla realtà, ma piuttosto che produca effetti su di essa. La recente notizia del palpeggiamento digitale subìto da una utente di Horizon Worlds, il metaverso a cui stanno lavorando quelli di Facebook, è emblematica e paradossale allo stesso tempo. Stiamo parlando di un reato vero o di una provocazione? Attenzione, a maggior ragione per come siam messi oggi con la polemica sessista, la risposta non è così scontata.

Invece mi sento di dire che sono abbastanza sicure le risposte ad altre domande, ben più importanti, che vengono spontanee vista la piega che stanno prendendo le cose. Funzionerà questo metaverso? È solo questione di tempo, e ce ne vorrà meno di quanto pensiamo. Cambierà le vite di milioni di persone, compresi quelli a cui non interessa nulla di tutto ciò? È inevitabile, il digitale è reale e lo sarà sempre di più. Piacerà agli utenti? Ovviamente si.

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